di Aurora d’Errico
È noto come nella storia dell’uomo, il pensiero borghese abbia sempre esaltato l’individuo, accusando il marxismo di volerlo distruggere nel concetto di classe, ma alcuni filosofi, tra cui il tedesco Max Horkheimer, mostrano come la stessa società borghese abbia distrutto proprio l’individuo, ritenendo ciò un gravissimo errore nello sviluppo e nella promozione dell’uomo.
La crisi della ragione trova espressione nella crisi dell’individuo, come strumento del quale la ragione aveva conosciuto i suoi trionfi. Quando parliamo dell’individuo come entità storica, intendiamo non solo l’esistenza spazio-temporale della razza umana, ma anche la sua consapevolezza della propria individualità di essere umano dotato di coscienza e di questa consapevolezza fa parte il riconoscimento della propria identità.
Ma tale percezione dell’identità dell’io non è egualmente forte in tutte le persone: è più chiara negli adulti che nei bambini, i quali debbono imparare a chiamare se stessi “io”, la più elementare affermazione di identità.
L’individualità presuppone il volontario sacrificio della soddisfazione immediata per amore della sicurezza materiale e spirituale; quando questa sicurezza appare irraggiungibile, non c’è più molta ragione di negarsi i piaceri del momento. Per questo, fra le masse, l’individualità è assai meno integrata e stabile che in mezzo alla cosiddetta “élite”.
D’altra parte, le élite si sono sempre preoccupate soprattutto del come conquistare e mantenere il potere.
Oggi, più che mai, al potere sociale si arriva attraverso il potere sulle cose; ma quanto più intensamente l’individuo si preoccupa di acquistare un potere sulle cose, tanto più le cose finiscono per dominarlo, perdendo così ogni genuino carattere individuale e la sua mente si trasforma in una sorte di automa della ragione formalizzata. Le qualità che si trovano in forma estrema fra i popoli oppressi si manifestano come tendenza anche nei membri di classi sociali oppresse, cui manca il fondamento economico della proprietà ereditaria.
L’individualità presuppone il volontario sacrificio della soddisfazione immediata per amore della sicurezza materiale e spirituale; quando questa sicurezza appare irraggiungibile, non c’è più molta ragione di negarsi i piaceri del momento.
Perciò, tra le masse, l’individualità è assai meno integrata e stabile che in mezzo alla cosiddetta “élite”. La politica dei leaders economici, da cui nella fase odierna, la società dipende sempre più direttamente, è rivolta con ostinata tenacia al perseguimento di fini egoistici e meno alla necessità reali della società.
Non ci sono zone di sosta sulle grandi strade della nostra società dove tutti devono continuare a correre: ognuno è sotto la sferza di un organismo superiore, e coloro che occupano le posizioni di comando non possiedono molta più autonomia dei loro subordinati, perché sono prigionieri del potere che esercitano. L’ obiezione che, nonostante tutto, l’individuo non scompare interamente nelle nuove istituzioni personali, e che nella società moderna l’individualismo è vigoroso e aggressivo come è sempre stato, non appare molto pertinente.
Tuttavia, contiene un elemento di verità, la considerazione, cioè, che l’uomo è ancora migliore del mondo in cui vive. Infatti, la vita di ciascun individuo sembra seguire schemi tali da quadrare perfettamente con qualunque questionario che gli si chieda di riempire e la sua vita intellettuale si esaurisce nelle inchieste sull’opinione pubblica.
Soprattutto gli idoli delle masse dei giorni moderni non sono individui genuini, bensì semplicemente creature dei loro stessi agenti pubblicitari. Il superuomo autentico, contro il quale nessuno ha messo in guardia con più ansia di quanto abbia fatto Nietzsche, è una proiezione delle masse oppresse. Il fascino ipnotico che alcuni falsi superuomini, diventati famosi nella storia dell’umanità, deriva non tanto da quanto pensavano, dicevano o facevano, quanto piuttosto dalle loro “esibizioni” che creavano uno stile di comportamento per uomini che, privati di ogni spontaneità, avevano bisogno di sentirsi spiegare come si fa a crearsi amici e ad esercitare un’influenza sugli altri, portando tutto questo alla più grande catastrofe della storia.
Nessuno è in grado di predire il futuro, cresce però la consapevolezza che l’insopportabile pressione esercitata dalla società sull’uomo non è inevitabile. Gli stessi processi economici e culturali che portano al venir meno dell’individualità, promettono, in un certo senso, e noi ce lo auguriamo, di dar vita a un mondo nuovo in cui l’individualità potrà riaffermarsi come elemento di una forma d’esistenza meno ideologica e più umana.
Avv. Aurora d’Errico


