Quando la sessualità si trasforma in “sadismo”

da | 28 Gennaio 2026 | Esperienze, Libri

di Aurora d’Errico

Il termine “sadismo”, che altro non è che “la perversione di chi trae piacere nell’infliggere sofferenze al partner sessuale”, deriva dal nome del noto marchese de Sade, filosofo, politico e autore di romanzi osceni e perversi di notevole crudeltà che nel 1790, pubblicò i suoi due romanzi principali “Justine” (ispirato alla moglie) e “Juliette” (ispirato alla sorella),che descrivono situazioni in cui si fondano crudeltà e libidine, quella stessa crudeltà e perversione che lo portarono a finire i suoi giorni nel manicomio di Charenton.

Più dettagliatamente, il sadismo non è altro che una forma di perversione sessuale caratterizzata dalla ricerca di un piacere erotico ottenuto mediante la rappresentazione, nella mente del soggetto che ne è affetto, di un atto di violenza su di un altro individuo, per l’appunto “l’oggetto”.

Il sadismo può essere considerato anche come uno stato cerebrale che consente all’istinto sessuale di un determinato soggetto di essere stimolato o totalmente soddisfatto dalla contemplazione di sofferenza altrui, comunque provocate, alle quali il soggetto può essere del tutto estraneo. Ciò che traspare dagli scritti del marchese, per quanto delirante, sono gli stretti e peraltro innegabili rapporti intercorrenti tra la volontà sessuale e il dolore. In queste nerissime vicende, costellate di stupri, torture, omicidi commessi a scopo di svago, di innumerevoli episodi di infanticidio, cannibalismo, feticismo, sono state ravvisate tutte le possibili perversioni e aberrazioni umane in materia di sesso.

Naturalmente, tutto ciò di cui parla de Sade, esisteva già prima di lui, ma fu sua l’idea di raccogliere, in una summa, fatti, pratiche, costumi e abitudini di cui, in linea di massima, si era sempre preferito ostinatamente tacere, al di là delle menzioni che se ne potevano trovare nei trattati riservati ai confessori cattolici. Tipici esempi di questa perversione si possono riscontrare nelle cronache dell’età classica, ad esempio, tra gli imperatori romani sadici, vengono annoverati: Tiberio e Nerone. Nel Medioevo, invece, compare il nome del famoso maresciallo di Francia Gilles de Rais, satanista e per sua libidine torturatore e massacratore di fanciulli di entrambi i sessi.

E, purtroppo, di episodi di sadismo è ricca anche la storia dell’età moderna. In ogni caso, alla base del sadismo ci sono delle pulsioni che, sia pure in forma estremamente attenuata, esistono in tutti gli appartenenti alla specie umana, sia donne che uomini.

Vi è infatti una correlazione misteriosa, ma profonda e costante, tra la sessualità e il dolore. Lo psicologo e scrittore britannico Havelock Ellis è stato il primo a sottolineare che la “principale chiave della correlazione esistente tra l’impulso erotico e il dolore può essere trovata nell’osservare i fenomeni essenziali del corteggiamento, nel mondo animale nel suo complesso.” Nell’animale, infatti, il corteggiamento assume, molto spesso, la forma di un combattimento che prosegue poi, durante l’atto sessuale vero e proprio, e che è indubbiamente un atto violento.  L’idea di crudeltà connessa con l’atto sessuale è del resto simbolicamente espressa presso alcuni popoli primitivi.

In Africa, per esempio, presso i Masai, un uomo per manifestare la propria intenzione di prender moglie, deve insanguinare la punta della sua lancia. E, presso la maggior parte dei popoli di civiltà primitiva, l’attrazione sessuale, esercitata sulle donne dalla violenza, si manifesta nelle lotte che gli uomini sostengono tra loro, nella ostentazione della propria forza muscolare davanti alle donne medesime.

D’altra parte, è noto che, anche presso i popoli considerati maggiormente civili, la ricerca di un certo dolore, costituisce spesso, sia per l’uomo che per la donna, uno stimolante erotico nel corso dell’atto sessuale: a molte donne considerate “normali”, ad esempio, non dispiace infatti, essere mordicchiate sul collo o sui seni. E, dal canto loro, anche molte donne “normali”, manifestano, frequentemente, il loro latente sadismo con il graffiare il proprio uomo o, tirandogli i capelli nel momento del raggiungimento del loro massimo piacere. Secondo il ragionamento usato da alcuni psichiatri, tra cui Richard von Krafft-Ebing, dunque, l’impulso fondamentale che indurrebbe istintivamente il maschio a penetrare la femmina, consisterebbe fondamentalmente in un atto di violenza, sia pure temperato, nell’uomo civilizzato, dalla tenerezza.

È dunque chiaro che, nei casi in cui questo impulso alla penetrazione non può essere realizzato, (anche perché spesso il pervertito è impotente), l’energia della violenza non assorbita dall’atto sessuale naturale, tende a diffondersi in altre direzioni e, con l’impulso dell’immaginazione, a determinare l’impulso a compiere un atto di violenza erotica, ma extragenitale. Inoltre, sempre per le nature tendenzialmente sadiche può essere fonte di piacere assistere alla sofferenza di qualsiasi essere vivente.

Tuttavia, dai vari studi effettuati, sembrerebbe che la maggior parte dei sadici, si senta legata, per riuscire a provare il piacere ad un oggetto preciso e ad una determinata abitudine. In ogni caso, anche se la crudeltà ha diverse origini, purtroppo, resta il fatto che pur essendo una qualità dell’uomo primitivo non è estranea neppure all’uomo moderno. Si possono così spiegare, senza ricorrere al sadismo, atrocità di ogni genere registrate dalla storia, nonché di mostri divenuti celebri che portano la firma dell’uomo.

Avv. Aurora d’Errico

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