L’aiuto dell’universo nel testo di Milena Bonvissuto | INTERVISTA

da | 13 Febbraio 2026 | Interviste, Libri

di Isabella Lopardi

A volte, l’universo si rivela nell’opera di un autore. Lettori, prestate attenzione: il caso è proprio questo. Un testo nato di getto, che nei fatti mostra, quasi quasi, qualcosa di affine all’arte automatica dei pittori surrealisti. Il libro di Milena Bonvissuto, edito da Rupe Mutevole, ci arriva in mano in un’edizione preziosa, curata, illustrata.

Si legge nella prefazione di Luca Santilli: “’Acqua’ che può donare e togliere, prendere e restituire. Il racconto si apre con un naufragio e con la narrazione di storie sussurrate tra i vicoli di una cittadina di mare durante la metà del 1800”. E ancora: “Un viaggio inatteso, un nome antico che risuona tra le pagine di questo racconto dal sapore di altri tempi. Una fiaba, forse, oppure una leggenda che narra la storia di due giovani amanti”. Altri tempi, durante i quali si interrogavano gli astri, come facciamo noi oggi. Ogni frase, scritta con questi caratteri, su questi fogli, non può che incuriosire. Ogni espressione fa da preludio a un’altra e diventa tassello, presupposto di un disegno: che si delinea nella mente, oppure con la matita. “Una volta, di notte, si era svegliata e aveva visto la figura di un vecchio pescatore seduto sul davanzale. La figura era trasparente, ma lei riusciva a distinguere ogni ruga sul suo viso e l’odore salmastro che emanava”.

Questo è un brano del racconto: ci si apre come una finestra sul sole nascente. Una feritoia aperta sull’aurora. E si pongono mille domande. Per le risposte, comunque, la sede non è questa. Quel che c’è prima, di cui si sente la mancanza, ciò che c’è dopo e ci incuriosisce, lo scopriremo leggendo la storia, tutta intera. Abbiamo raggiunto e intervistato l’autrice, che spesso con un libro in mano, proprio o altrui, mostra parte delle sue risorse poliedriche. Queste sono le sue parole.

Una vicenda antica e moderna insieme: come è nata, in che modo è stata scritta?

Non è una semplice vicenda, ma una leggenda che illustra come narrazione storica e presente possano convivere nella modernità, celebrando la forza della propria terra e il coraggio di agire. È stata scritta in sole 18 ore sulle note dello smartphone, il 10 agosto: un momento in cui l’urgenza di raccontare è diventata realtà.

Davvero ti sei sentita fuori posto, hai pensato di non essere abbastanza? Perché? Come hai reagito?

In realtà, non mi sono mai sentita fuori posto o non all’altezza. Al contrario, a volte ho dovuto sopprimere il mio essere ‘abbastanza’ per dare luce a chi si sentiva meno. Col tempo, però, questa dinamica mi ha soffocata, finché non ho trovato il modo di azzerare tutto, allontanarmi e ricominciare. Credo che a chiunque capiti, prima o poi, di sentirsi fuori posto; ma c’è chi si piange addosso, chi scaglia la propria cattiveria contro gli altri e chi, come me, sceglie di rinascere.

Descriveresti per noi il mare? Come domina la storia (se la domina)?

Come si può descrivere il mare? Esso porta in sé il salmastro delle lacrime, la tempesta della tristezza e della rabbia, ma anche la calma di un cuore amato. È, allo stesso tempo, l’alba e il tramonto della vita. Nella leggenda il suo ruolo è determinante: è una presenza imprescindibile, perché senza il mare non si potrebbe spiegare quella ‘tempesta della ricerca’ che muove i protagonisti.

In uno stile teatrale e fine insieme, hai dato uno svolgimento al racconto: quale dei tuoi personaggi vorresti essere?

Non incarno alcun personaggio: io sono la voce narrante, il regista che tesse le trame dell’epica. Sono la mano scrivente e l’anima che infonde forza alla creazione, capace di scorgere la potenza persino nel gesto di un perdono. Quindi sono in tutti.

Parlaci di un sogno che hai nel cassetto.

I sogni non si raccontano finché non si trova il coraggio di farli avverare. Se si desidera davvero che un sogno si realizzi, l’unico aiuto che si deve invocare è quello dell’universo, confidando esclusivamente nelle proprie capacità.

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