Amiche ed Amici carissimi, mi sono più volte espressa in merito allo strazio provocato dalla fine di una storia, tuttavia credo vi sia un momento – “quel” momento”- ancor più doloroso della decretata fine, ovvero quello in cui ci si rende conto che tutto quell’amore che ci ha legati al nostro partner, è irrimediabilmente sfumato. Si tratta solo di decidere tra prolungare l’agonia, aggrappati – increduli – alla flebile illusione di sopravvivenza del solo surrogato di quel sentimento che è stato, e la determinazione a porre fine il prima possibile ad una condizione angosciante.
In sintesi, la scelta si pone tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia.
Chi afferma “voglio tentare il tutto per tutto” e chi sostiene “prima pongo fine a questa situazione, prima posso ricostruire una vita nuova”. Non credo esista la soluzione ideale, men che meno torto o ragione… al dolore ognuno reagisce con le risorse di cui dispone. A mio parere, prolungare l’agonia, equivale a logorare il rapporto sino a precludere la possibilità di salvare anche il lato affettivo, ma è pur vero che chi si ostina nel restare attaccato alla condizione di coppia, piuttosto che al partner, spesso lo fa per paura. Paura di affrontare il radicale cambiamento, paura della solitudine affettiva, paura di fronteggiare le difficoltà della vita con l’incertezza tipica della fragilità.
Crogiolarsi in quella situazione di sterile sopravvivenza che, solo perché “conosciuta”, abbiamo elevato a nostra zona di comfort o affrontare “l’ignoto” con fiducia in noi stessi? Vogliamo convincerci di essere fragili o di essere autonomi? Ricordiamo che le nostre convinzioni… creano la nostra realtà.
Da considerare che nella separazione si soffre anche per le difficoltà ed il dispiacere provocati ai figli. Purtroppo c’è chi, incapace di controllare le proprie emozioni, esplode in litigi in loro presenza, chi li “usa” come arma di ricatto verso il coniuge, creando traumi pressoché indelebili.
Spesso si colpevolizzano persone estranee alla coppia…Pur irragionevole, questo atteggiamento può rappresentare l’alibi: “se sua madre non si fosse intromessa…”, “se quella poco di buono non gli avesse aperto le braccia…”. Non sarebbe più obiettivo credere che se una coppia si ama è forte e quindi nessuno può avere alcun potere di dividerla?
Di questo ed altro ancora, parliamo con la cara Amica – Dott.ssa Viviana Morelli – Psicoterapeuta e Ipnositerapeuta Eriksoniana, nell’intervista che segue.
Carissima Viviana, grazie per essere disponibile ad affrontare uno degli argomenti più dolorosi e complicati, ovvero la separazione coniugale con le sue relative fasi.
Grazie a te Daniela, per la stima e la considerazione, per me è un onore, certo è un argomento complicato e multi sfaccettato. Importante è parlarne e sensibilizzare chi lo sta affrontando.
Ho suddiviso in tre fasi questo percorso, enfatizzando la prima, quella che personalmente reputo la più difficile, ovvero la decisione che la separazione è l’unica possibilità rimasta. Sei d’accordo?
La decisione di separarsi come unica possibilità è reale e utile veramente solo se è il frutto di un lavoro di elaborazione. Quindi non deve essere un atto di fuga dal dolore, quest’ultimo va affrontato , anche cercando aiuti e mediazione psicologica, solo allora possiamo dire che chiudere è veramente aprirsi ad un altro ciclo di vita. Sai Daniela amo sottolineare che in realtà esiste una separazione reale, giuridica, e una psichica, questa non è sempre contestuale alla separazione fisica e conflittuale. Possiamo rimanere legati nella testa nel cuore e anche nella pancia. Se la separazione psichica non avviene rimaniamo nel dolore e nel conflitto. Quindi una separazione compulsiva e prematura diventa controproducente.
Esiste una differenza comportamentale tra uomo e donna in questa fase?
Si esistono differenze di genere, ma rischiamo di generalizzare troppo. In fondo la differenza è nella persona. Si è sempre pensato che il maschile abbia una maggiore capacità di distacco, rispetto al femminile, ma ultimamente sta emergendo una figura maschile più fragile predisposta alla depressione o alla reazione rabbiosa o violenta, probabilmente perché l’uomo non è più protetto da ruoli definiti nella famiglia e nel sociale. Tutto cambia, meglio dire che la gestione del dolore e della separazione è molto personale.
Credi nel “tentare il tutto per tutto” al fine di trattenere l’altro, in nome del sacro vincolo del matrimonio?
Io non lo trovo utile, chi è in crisi personale e di coppia è momentaneamente centrato su un bisogno profondo di natura psichica ed esistenziale; non ritrova in se quel sentimento d’amore verso il partner, anche se il valore del legame sacro esiste nella storia della coppia, aggrapparsi a questo significa solo intensificare il conflitto oppure una repressione inutile dei propri bisogni vitali. Non porta ad una soluzione ma a prolungare un calvario, non sempre siamo in grado di “trascendere”.
Come consigli di affrontare il momento del distacco? Intendo dire quel momento in cui… uno dei due inizia a riporre gli abiti in valigia? Ricordo ancora con lo stesso dolore quando lo fece mio padre molti anni fa…
Certamente cara Daniela un momento doloroso …fortemente simbolico. Ritengo che la scelta personale è al primo posto. Alcune persone hanno bisogno di toccare la dolorosa realtà , una sofferenza tangibile quasi masochistica che rappresenta lo strappo del cordone ombelicale, quindi condividono e collaborano nel momento. Altre persone invece si allontano ed evitano di vedere; certo entrare in una casa “svuotata” di una parte non è meno doloroso. Comunque sia non c’è un modo giusto o sbagliato, ma solo quello più vicino a noi! Chiaramente lontano dagli occhi dei bambini!
La seconda fase, ovvero i primi tempi dall’uscita di casa, quando si prende atto che “davvero” da quel momento iniziamo una nuova vita. Come può una persona affrontare questa esperienza, modificando la percezione di solitudine in libertà ed autonomia?
Questi cambiamenti e passaggi esistenziali vengono accompagnati da un inevitabile dolore, a volte ciclico e non previsto perché la decisione prevedeva un miglioramento di vita o un nuovo amore, ma perché qualcosa nasca e prenda forma qualcosa deve morire. La libertà e l’autonomia hanno sempre un sapore dolce/amaro, il passato ritorna sotto forma di emozioni evocate da suoni, profumi, immagini, i ricordi quasi destabilizzano la convinzione di aver intrapreso la giusta via. Ma è necessario vivere tutto ciò per la nuova “ricostruzione”. Molto spesso in questa fase le persone ricercano un supporto terapeutico. Molto utile nel mio approccio terapeutico, attraverso l’ipnosi ericksoniana, rispolverare i sogni nel cassetto e potenziale le risorse naturali del paziente.
Come consigli di comportarsi ai genitori separati nei confronti dei figli?
Penso Daniela che rimanere genitore nella separazione è essenziale, ma per alcuni è difficile poiché nella ricostruzione di sé è la loro parte bambina che prende il sopravvento. Non dovremmo mai dimenticare di mettere i figli al centro, nell’Ascolto Attenzione e Cura. Un atteggiamento sano è coltivare una complicità nella “coppia genitoriale” che continua ad esistere, evitando così la manipolazione affettiva di bambini o adolescenti che per sfogare la loro rabbia e gestire il dolore possono manifestare comportamenti patologici, o prendersi il “doppio delle attenzioni”, viziandosi così ad una realtà di relazione falsata. Quando i genitori i difficoltà realizzano di non essere in equilibrio tra i propri bisogni e quelli del figlio, dovrebbero chiedere aiuto.
Ed eccomi alla terza fase, ovvero “il dopo” separazione. Trascorso un periodo più o meno lungo, è probabile che subentrino nuovi partner e nascano altri figli da entrambe le parti. Sei favorevole alle cosiddette famiglie allargate o consigli una netta separazione tra le due diverse famiglie?
Personalmente sono favorevole a tutto, ma con una condizione essenziale per il bene dei minori…il rispetto dei “tempi”. Quello che osservo come fenomeno frequente è una “compulsione” ad unire realtà che hanno bisogno di tempo per amalgamarsi e relazionarsi in modo sano. Tutto a discapito di minori o giovani adulti che si ritrovano incastrati in “famiglie mutanti”che non hanno scelto, a cui si devono adattare per esigenza di genitori “narcisisticamente centrati su loro stessi”. Quindi ci vuole molto tatto, ascolto e competenza, come dicevo sopra accade spesso il contrario , con umiltà chi si riconosce in ciò può chiedere a chi ha competenze professionali in merito!
Cara Viviana, sei stata davvero esauriente e ti ringrazio.
Un cordiale saluto a tutti.
Daniela Cavallini

