Il pensiero marxiano, come è ben noto, appare piuttosto complesso da identificare, anche se a parere dei maggiori esperti, esso andrebbe ricercato nel filo conduttore di due filosofi tedeschi: Hegel e Feuerbach.
Da Hegel, la cui filosofia è tutta intessuta sulla trama della “dialettica” e della “storia”, Marx avrebbe preso ispirazione di fondo per il suo “materialismo dialettico e storico”. Mentre da Feuerbach, e in particolare dalla sua polemica contro l’idealismo astratto di Hegel e ogni forma di religione, in quanto Dio non sarebbe altro che un’illusoria “proiezione” dei desideri insoddisfatti dell’uomo, Marx, invece, avrebbe preso ispirazione per il suo “realismo materialista”, ossia all’idea di uomo concreto, con i suoi bisogni, il suo lavoro, ecc.
A differenza degli animali che trovano nella natura tutto ciò che serve al proprio sostentamento, l’uomo, invece, mediante il lavoro, crea strumenti producendo oggetti nuovi di cui si appropria per fronteggiare i bisogni materiali della propria esistenza. In questo modo si assisterebbe alla figura di un “homo faber”, ossia un uomo lavoratore, costruttore, perché mentre crea i beni necessari alla sua vita, crea anche sé stesso, plasmando cioè la propria esistenza.
Ma a questo quadro ideale dell’uomo, secondo Marx, non corrisponderebbe la realtà concreta, in quanto in tutti i settori della sua vita, l’uomo appare “alienato”, cioè “fuori di sé”, fuorviato, estraniato dalla propria essenza di essere autonomo e creatore che smarrisce la propria identità nella filosofia, nella politica, nel diritto, nell’arte e nella religione.
Soprattutto nella religione, l’uomo cerca una salvezza illusoria da tutto ciò che è la vita, ma così facendo, in realtà, non farebbe altro che peggiorare la sua situazione sottomettendosi a un’immagine riflessa di se stesso, poiché Dio, non sarebbe altro che la proiezione dell’uomo misero e insoddisfatto, ovvero di un “non uomo”. Ecco allora che la religione agirebbe come una sorta di droga spirituale, un “oppio”, appunto, che abbrutisce l’uomo offrendogli una specie di consolazione in realtà inesistente, mentre le radici economiche e sociali della sua alienazione permangono inalterate.
Per Max, infatti, la religione sarebbe il sospiro della creatura oppressa, il cuore di un mondo spietato, l’espressione di una miseria reale, “l’oppio del popolo”. E secondo il suo pensiero, la vera felicità del popolo esige l’eliminazione della religione in quanto illusoria felicità. La critica della religione disinganna l’uomo, affinché pensi, agisca, plasmi la sua realtà, e tutto si muova attorno a sé stesso e quindi intorno al proprio sole. Ecco perché la religione per Marx sarebbe soltanto un “sole illusorio”, che si muove intorno all’uomo finché egli non si muove intorno a sé stesso.
Avv. Aurora d’Errico




