Il senso della vita è un abbraccio senza tempo | Intervista al Prof. Paolo Sossai

da|10 Settembre 2026|Interviste,Libri,Salute e benessere

«C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte, dove rimani senza fiato, per quanta emozione provi, dove il tempo si ferma e non ha più età; quel posto è tra le tue braccia in cuinoninvecchia il cuore…».

È questo uno dei versi tratti dalla bellissima poesia di Alda Merini, “Tra le tue braccia”, che ritroviamo anche nell’ultimo libro del Professore Paolo Sossai, “Ferite Sottopelle”, Curcio Editore. Direttore del Dipartimento di Sanità della Scuola internazionale delle Maxiemergenze e Medicina delle catastrofi (MEDIS), oltre ad essere già docente presso il South East Asia Prehospital Emergency Care College e presso le università di Camerino e Ancona, nonché Primario di Medicina Interna per sedici anni e Presidente della Commissione Centrale Medica del Club Alpino Italiano, è anche autore di altri libri, tutti premiati, tra cui: “Pancia in Fiamme”, “Virus Intelligenti”,”Medicina arma di potere”, “Guarire”, “Ferite sottopelle”.

Marcus, troverà una risposta esaustiva ai suoi quesiti esistenziali?

Marcus è il protagonista di <<Ferite sottopelle>> : un anatomopatologo che si trasferisce a Napoli da Bolzano e che vive sospeso fra la razionalità del suo mestiere e il bisogno di capire che cosa tenga insieme una vita. Passa le giornate davanti a corpi che hanno smesso di rispondere, e il suo lavoro consiste nel cercare, dentro un tessuto, la causa di una fine. Alla sua domanda rispondo di no, e credo sia questo il punto. E’ un mestiere che dà risposte precise a domande piccole, e nessuna risposta alla domanda grande. Quello che gli accade non è trovare una soluzione: è cambiare la domanda. Smette di chiedersi che cosa sia la vita in astratto e comincia a chiedersi che cosa sia questa vita, qui, davanti a lui. I versi della Merini che ho voluto nel libro dicono esattamente questo: il posto dove il tempo si ferma non è un’idea, è un abbraccio. Una cosa che ha un corpo e un nome. Faccio il medico da oltre trent’anni e non ho mai conosciuto nessuno che avesse risposte esaustive sul senso della nostra vita. Ho conosciuto persone che avevano smesso di aver bisogno che lo fossero.

Le persone capitano per caso nella nostra vita, oppure è tutto predestinato?

Per formazione sono uno che non si accontenta delle spiegazioni facili, e la predestinazione è la più facile di tutte: spiega ogni cosa e quindi non ne spiega nessuna. Detto questo, sarei disonesto se non ammettessi che ci sono coincidenze davanti alle quali mi fermo. Incontri che arrivano esattamente nel momento in cui servivano, persone che compaiono per una ragione banale e restano per una ragione che nessuno aveva previsto. Non ho una spiegazione, e diffido di chi ce l’ha – sia di chi dice “era destino”, sia di chi liquida tutto come statistica. Sono due modi di chiudere in fretta una domanda che merita di restare aperta. C’è però una distinzione che mi pare decisiva. Che una persona attraversi la nostra strada non dipende da noi. Che quell’incontro diventi qualcosa dipende invece interamente da noi: quello è lavoro, attenzione, tempo dato. Marcus arriva a Napoli per la vicenda professionale, non per un destino. Poi decide di restare presente a tutto ciò che gli capita. E lì comincia tutt’altra storia.

Le è mai capitato di incrociare un narcisista patologico? E crede esista una cura?

Si, capita a tutti – nella vita comune si incontrano persone, uomini e donne,con un atteggiamento di tipo narcisistico. Non serve un contesto particolare per riconoscerlo: basta frequentare un condominio, una famiglia, un gruppo di amici. Ma qui va fatta una distinzione scientifica. Il disturbo narcisistico di personalità esiste ed è codificato nei sistemi di classificazione  dei disturbi psichiatrici: è una condizione clinica con criteri precisi, che riguardano una minoranza ristretta di persone e che va diagnosticata da uno specialista. Quello che incontriamo abitualmente non è questo. E’ un atteggiamento caratteriale- l’egocentrismo, il bisogno di ammirazione, la difficoltà a considerare l’altro come qualcosa di diverso da uno specchio. Fastidioso, a volte doloroso per chi ci sta accanto, ma non una malattia. Confondere le due cose fa danni in entrambe le direzioni. Trasforma “narcisista” in un insulto buono per liquidare chiunque ci abbia deluso, e insieme svuota una categoria clinica che serve a chi sta male davvero. Una diagnosi la fa un clinico su una persona con criteri stabiliti – non si fa a distanza, e tantomeno si fa per vendetta. Quanto alla cura: non abbiamo una cura, e sarebbe scorretto dire il contrario. Esistono psicoterapie con risultati modesti e tempi lunghi, e nessun farmaco per il disturbo in sé. Ma c’è un ostacolo che viene prima di ogni tecnica: la terapia presuppone che una persona senta di avere un problema, e chi ha questa struttura pensa quasi sempre che il problema siano gli altri. Non è mala fede- è il disturbo stesso a funzionare così. Per il tratto caratteriale, invece, non c’è nessuna cura da cercare: ci sono relazioni da regolare, e a volte da interrompere.

In “Ferite sottopelle” c’è Loredana. Lei la considera una narcisista o una vittima di narcisismo?

Tutt’ e due e non è una contraddizione: è la cosa più frequente che si osservi. Loredana era già narcisista prima di incontrare Marcus, di un narcisismo covert, quello che non si riconosce perché non ha l’arroganza addosso. Quando Loredana incontra Marcus, la relazione con l’uomo narcisista di cui è prigioniera dura già da tempo. Non è un passato chiuso: è un rapporto in corso, dentro il quale lei continua a subire, mentre la nuova storia comincia. Quella relazione non crea il suo narcisismo: lo rivela e lo alimenta. Con Marcus si manifesta nella forma che le appartiene, che non è l’egocentrismo evidente ma il vittimismo: il proprio dolore sempre più grande di quello dell’altro, il senso di colpa somministrato con precisione, la fragilità esibita che diventa strumento di controllo. Che abbia anche subito è vero ma non l’assolve. Le due cose convivono: si può essere feriti e ferire, e succede più spesso di quanto ci piaccia ammettere. E’ da qui che nasce la seconda parte del libro. Marcus a un certo punto si tira fuori- perché quel rapporto con Loredana si era rivelato per quello che era: falso e sterile. E solo dopo, quando ne è uscito, incontra Anita:una Donna con la D maiuscola, come dico io. Una persona sincera, che non somministra la colpa, che non ha bisogno di essere confermata o di nascondere le proprie azioni. Non è lei a liberarlo- quello lo aveva già fatto da solo. E’ che, uscito da lì, era finalmente in condizione di riconoscerla. Aggiungo una cosa. Se a Loredana avessi dato un nome maschile, nessuno avrebbe avuto dubbi ma il narcisismo femminile esiste e produce danni identici. Le stime dicono che fra il 50 e il 75% delle diagnosi riguarda uomini, ma quel dato misura le diagnosi, non il fenomeno. Il punto non è che le donne narcisiste siano in aumento. E’ che sono più di quante ne riconosciamo, perché si esprimono in forme che non chiamiamo con quel nome.

Passiamo ad un altro libro: perché il titolo “Medicina arma di potere” e che cosa intende per “Arma di potere?”

Ho scelto quel titolo perché volevo che disturbasse, e perché descrive una cosa vera. La medicina non è mai stata soltanto un sapere che cura: è anche un sapere che decide. Decide chi è sano e chi è malato, chi può lavorare, chi può entrare in un Paese, chi è capace d’intendere. Ogni volta che una società ha avuto bisogno di separare, ha chiesto ai medici di firmare. “Arma” non significa che i medici siano male intenzionati. Significa che il sapere medico è uno strumento e che, come tutti gli strumenti, dipende da chi lo impugna. La storia è piena di esempi: la medicina coloniale, quella razziale, gli internamenti psichiatrici usati contro il dissenso politico. E il potere non passa più solo per le leggi. Passa per chi decide quali ricerche si finanziano, quali risultati si pubblicano, quale soglia trasforma un valore normale in una malattia. Spostare di poco la soglia della pressione arteriosa significa creare milioni di malati in una notte, senza che nessuno si sia ammalato.

Nel primo capitolo di “ Medicina arma di Potere”, “ La vita e l’esigenza della cura”, Lei richiama Paul Nurse e le cinque grandi idee della biologia.  Ma per lei in cosa consiste esattamente la vita?

Paul Nurse guarda alla vita da biologo, e le sue cinque idee- la cellula, il gene, la selezione naturale, la chimica, l’informazione- sono un edificio solido. La cellula come unità minima capace di dirsi “io”, il gene come memoria, l’evoluzione come motore, la chimica come materia, l’informazione come grammatica che tiene insieme il tutto. Da scienziato non ho nulla da obiettare. Da clinico devo aggiungere qualcosa, perché quella descrizione non spiega quello che vedo al letto del malato. Due persone con la stessa diagnosi, gli stessi valori, la stessa terapia, hanno decorsi diversi. Nella molecola quella differenza non c’è. Per me la vita è una condizione di relazione e di vulnerabilità. Un vivente è qualcosa che può essere ferito e che, per continuare, ha bisogno di altro da sé. Da qui discende una cosa che ho imparato in reparto: la malattia non è soltanto un guasto in una macchina, è un evento dentro una biografia. Lo stesso processo biologico incontra una vita diversa ogni volta- un’ età, un lavoro, delle persone attorno, una storia- e in quell’incontro diventa qualcosa che non si esaurisce nella diagnosi. Per questo curare una polmonite e curare quella persona con la polmonite non sono la stessa operazione.

Sempre in “Medicina arma di Potere” lei ripercorre le tappe dell’evoluzione della medicina, fino alla legge Crispi. Crede che il sistema sanitario vigente abbia realizzato appieno quella legge, oppure, secondo il suo parere, c’è ancora molto da fare?

La legge Crispi del 1890 fa una cosa nuova: toglie l’assistenza alla carità e la mette sotto lo Stato. Le opere pie diventano istituzioni pubbliche. E’ l’atto in cui l’Italia comincia a considerare la cura una faccenda di tutti. Quella linea arriva all’art. 32 della Costituzione e poi alla Legge 833 del 1978,che istituisce il Servizio sanitario nazionale trent’anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione. Sulla carta il percorso è compiuto. Nei fatti no, e i numeri sono impietosi: nel 2025 l’Italia ha speso per sanità pubblica 3952 dollari per abitante, contro gli 8726 della Germania. Meno della metà. Abbiamo ventuno sistemi sanitari (19 regionali e due per le province autonome di Trento e Bolzano) che offrono prestazioni diverse a parità di diritto. Mancano circa sessantacinquemila infermieri, e le proiezioni dicono fino a centomila entro il 2030. La cosa che mi preoccupa di più però non è nemmeno questa. E’ che l’art. 32 non descrive un Paese: gli assegna un compito. Se milioni di persone rinunciano a curarsi per ragioni economiche, quella clausola scritta nel 1947- cure gratuite agli indigenti- non è attuata. Non è un’ opinione politica, è una constatazione.

In che modo le case farmaceutiche hanno “influenzato” le scelte politiche degli Stati durante il Covid?

 Su questo punto le chiedo di consentirmi la precisione, perché è un terreno dove le frasi approssimative fanno danni da entrambe le parti. Quello che Janine Small disse in Parlamento europeo è che il vaccino, al momento dell’immissione in commercio, non era stato testato per la capacità di impedire la trasmissione. E’ vero, ed anche coerente con il disegno degli studi. Gli studi registrativi misuravano la malattia sintomatica, non il contagio. Non è una rivelazione, è quello che c’era scritto nei protocolli, pubblici fin dall’inizio. Il problema è un altro, ed è di comunicazione pubblica. Mentre gli studi misuravano una cosa, la comunicazione istituzionale ne ha promessa un’altra, e su quella promessa sono state costruite misure che limitavano diritti. Quando poi il dato ha smentito la promessa, la fiducia si è rotta- e si è rotta anche su vaccini che non c’entravano nulla. Quanto all’influenza dell’industria:esiste, è documentata e non riguarda solo il Covid. Passa per il finanziamento della ricerca, per le società scientifiche, per i contratti di acquisto secretati.

Vorrei però essere preciso, perché qui la genericità è complice. I vaccini hanno funzionato su una cosa e non su un’altra, e i numeri lo dicono. Contro il ricovero e la morte l’efficacia è rimasta alta e durevole: intorno al novanta per cento fino a sei mesi dalla seconda dose, e ancora protettiva contro il ricovero, in misura ridotta, con le varianti successive e i vaccini adattati. Contro l’infezione e il contagio è calata rapidamente: dall’ottantotto per cento del primo mese dopo la seconda dose al quarantasette per cento al quinto, e parliamo del ciclo a due dosi, prima dei richiami.

Sono due fatti entrambi accertati, e vanno detti insieme. Il vaccino ha impedito a moltissime persone di morire; non le ha protette allo stesso modo, né a lungo, dall’ammalarsi e dal trasmettere il virus.

Sugli effetti collaterali va detto quello che i dati dicono, senza addolcirli e senza gonfiarli. Il consuntivo dei due anni di campagna vaccinale italiana registra centoquarantamila segnalazioni su oltre centoquarantaquattro milioni di dosi — novantasette ogni centomila — e di queste l’ottantuno per cento riguarda eventi non gravi: febbre, dolore in sede di iniezione, stanchezza, dolori muscolari. Le segnalazioni classificate come gravi sono diciotto ogni centomila dosi, e per una parte di esse il nesso causale con la vaccinazione non è dimostrato: una segnalazione è un sospetto, non una prova. Quanto alla reazione che ha più preoccupato l’opinione pubblica, la miocardite, nella popolazione generale si è attestata su pochi casi per milione di dosi; ma il rischio non è distribuito in modo uniforme: si concentra nei maschi giovani, nei giorni successivi alla seconda dose, dove le stime salgono ad alcune decine di casi per milione.

Sono numeri piccoli, ma non sono zero, e questa è la frase che nessuno ha voluto dire. Chi ha sostenuto che il vaccino fosse privo di rischi ha detto una cosa falsa: nessun farmaco lo è. Chi ha sostenuto che fosse una strage ha detto una cosa altrettanto falsa. In mezzo c’era la verità normale della medicina — un bilancio fra rischio e beneficio, che nella popolazione anziana era schiacciante a favore del vaccino e in un ragazzo di vent’anni era molto più stretto.

Si può ricavare beneficio dalle proprie malattie, come dice Ippocrate?

Si, ma con una cautela che mi sta a cuore, perché questa frase viene spesso usata male. La malattia in sé non insegna nulla. Il dolore non nobilita: consuma, isola, umilia. Ho visto troppa gente soffrire per poter dire che la sofferenza sia una scuola. Chi lo dice, di solito, sta bene. Quello che intende Ippocrate, e che ho verificato in reparto, è più sottile: la malattia interrompe. Ferma una vita che andava avanti per inerzia e costringe a guardarla. Molte persone in quella sosta si accorgono di cose che avevano smesso di vedere- chi c’è davvero, cosa contava per abitudine e cosa conta sul serio. Il beneficio non sta nella malattia: sta in quello che si fa dell’interruzione. E non riguarda solo chi si ammala. Non è la malattia ad aver insegnato qualcosa a Marcus ma la vicinanza al dolore e alla morte, quella vicinanza che il suo mestiere gli impone ogni giorno e che lo porta poco per volta a capire che il senso della vita non è fatto da alte costruzioni filosofiche ma, come dice Alda Merini, da un abbraccio senza tempo.

Grazie ancora per la sua disponibilità e spiccata professionalità. Le auguro buon lavoro, Professore!

Avv. Aurora d’Errico

Aurora d’Errico

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