Il “Prospettivismo” di Friedrich Nietzsche

da | 12 Novembre 2025 | Libri

di Aurora d’Errico

Miei cari lettori, in questo articolo di oggi, vorrei ricordare il nuovo modo di accostarsi alla conoscenza secondo uno dei filosofi più straordinari che sia mai esistito, Friedrich Nietzsche.

Egli, come è noto, rifiuta la “teoria della verità come corrispondenza” e, a differenza degli scienziati e di quanto afferma il senso comune, non ritiene che possiamo avere una conoscenza più o meno vera del mondo che ci circonda.

Per il filosofo, la realtà non è altro che un enorme caos, una sorta di forze che si trovano in una costante opposizione, in cui noi, poveri umani, abbiamo creato parole e concetti con cui comunicare e dialogare. Ma il vero problema è che abbiamo anche dimenticato come il linguaggio sia un mero strumento per facilitarci la nostra esistenza e erroneamente pensiamo che ci permetta di accedere alla vera essenza delle cose.

Pertanto, ogni parola che usiamo per comunicare tra di noi, non sarebbero altro che <<illusioni che ci si è dimenticati essere tali…>> Egli ritiene che non esistano “fatti”, ma soltanto “interpretazioni”, ed è per questo che non dovremmo preoccuparci della verità o falsità dei giudizi che incontriamo, in quanto non esisterebbero realtà in sé, cose che si trovano al di fuori di noi e che possiamo conoscere in maniera oggettiva.

Esisterebbero solo “interpretazioni” della realtà, “prospettive” diverse da cui tentiamo inconsciamente di consolidare tutto ciò che ci circonda. È così che assistiamo al nuovo approccio al problema della conoscenza, chiamato, appunto, “prospettivismo” che ha esercitato una grandissima influenza sul pensiero contemporaneo, e conseguenze profonde nell’ambito del concetto della morale secondo Nietzsche.

Se i fatti morali in quanto tali non esistono, allora ci troviamo privi del punto di riferimento su cui regolavamo i nostri rapporti con gli altri e con noi stessi, come ad esempio tendiamo a giudicare virtuose le azioni altruiste.

Quando siamo generosi con il nostro prossimo, sentiamo in qualche modo di essere “buoni”; al contrario, è più probabile che ci sentiamo in colpa quando agiamo in maniera egoista. È come se esistesse un vincolo automatico tra la bontà e l’altruismo, ma secondo il filosofo questo legame sarebbe un artificio. Non solo, ma per lui, le azioni altruiste sarebbero della stessa natura di quelle egoiste, perché entrambe non sarebbero altro che espressioni diverse delle forze che agiscono in un certo tipo di individui in un determinato momento.

E sarebbe la nostra “prospettiva”, nella fattispecie cristiana, quella che ci spingerebbe a interpretare l’altruismo come migliore rispetto all’egoismo e a sperimentare soddisfazione personale o rimorso, oppure a biasimare o approvare i comportamenti degli altri individui. Le classiche domande del tipo: “che cos’è la verità? o “cos’è il bene?”, vengono sostituite da altre come: “chi giudica qualcosa come vero o buono, e in che misura gli giova formulare questi giudizi?” Ecco che l’obiettivo filosofico diventa quello di indagare i processi di formazione di questi ideali e il suo prospettivismo ci rivela che tutti i giudizi morali sono mere interpretazioni dipendenti dal punto di vista da cui vengono effettuate.

Avv. Aurora d’Errico

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