Buongiorno Maria Abagnale, sono onorata di poterti intervistare. Hai da raccontare una storia molto coinvolgente e so che sarà di aiuto e di conforto a quanti si riconosceranno nella tua esperienza.
Buongiorno Caterina; eccomi a scrivere la storia di mio padre, di nome Giuseppe Abagnale, nato a Sant’Antonio Abate in provincia di Napoli il 19/3/1918. Partì per il servizio di leva il giorno del suo ventunesimo compleanno, nel 1939, destinazione Libia, all’epoca dei fatti colonia italiana; ma prima che terminasse il periodo di ferma ebbe inizio la 2ª guerra mondiale.
Il comandante del suo battaglione, quando comprese che non avrebbero avuto scampo, diede ai suoi sottoposti la libertà di cercare un luogo sicuro per mettersi in salvo; ma in terra straniera non era affatto facile. Così, mio padre, cercando di portare a casa la pelle come aveva raccomandato il suo superiore, iniziò la fase più buia della sua vita, che spese alla ricerca di viveri e riparo per la notte – la quale, trovandosi ai margini del deserto, era fredda a causa dello sbalzo termico notturno -.
Girò a vuoto per alcuni giorni con alcuni commilitoni che come lui cercavano invano un luogo sicuro patendo fame, sete, freddo di notte e caldo di giorno.
Venne poi il giorno in cui furono catturati dagli inglesi e caricati su una nave la cui destinazione era l’Inghilterra. Il canale di Suez era chiuso e per giungere a destinazione dovettero circumnavigare l’Africa, impiegando ben due mesi di navigazione. In quei sessanta giorni mio padre e i suoi compagni dovettero ancora sopportare la fame e furono sottoposti al supplizio di vedere i soldati inglesi adibiti alla conduzione della nave mangiare i legumi cotti, mentre a loro toccava il solo liquido di cottura. Il comandante aveva in spregio gli italiani: diceva che di essi bisognava riempire il fondo del mare.
Avvenne così che ogni prigioniero che moriva veniva gettato nelle acque gelide e spariva fra le onde inabissandosi chissà dove. Per mio padre fu una pena infinita vedere uno dopo l’altro quelli che erano stati suoi compagni finire a quel modo.
Il locale dove trascorse la sua prigionia durante la traversata era umido e malsano, tanto che contrasse la broncopolmonite. Quando la nave arrivò in porto la Croce Rossa inglese si occupò di lui e dei pochissimi compagni rimasti in vita. Mio padre poteva acclarare il miracolo di essere ancora in vita nonostante tutti i patimenti e lo scarsissimo peso, circa 30 chili per 1,75 centimetri di statura.
Dopo una cura sommaria gli venne chiesto se volesse trascorrere il suo tempo da prigioniero oppure mettersi al lavoro nei campi, dato che gli uomini che avrebbero dovuto farlo erano alle armi. Lui era nato e cresciuto in campagna, non poté nemmeno terminare il ciclo della scuola primaria per poter aiutare il suo papà – mio nonno – nei lavori agricoli, essendo il primo maschio dopo cinque sorelle. Fu per questo motivo che acconsentì.
Campo 25 – Lodge Farm, Lambourn.
Un campo di prigionia ma anche un luogo di lavoro agricolo e di relazioni umane. Gli italiani venivano inviati quotidianamente a lavorare nelle fattorie della zona svolgendo mansioni di aratura, raccolti stagionali, manutenzione dei terreni e lavori di supporto alle aziende agricole locali. Il lavoro era organizzato dal War Agricultural Committee e i contadini pagavano per la manodopera dei prigionieri. Molti italiani ricordarono questa fase come relativamente umana, soprattutto rispetto ad altri campi europei. Alcuni stabilirono rapporti di amicizia con gli agricoltori e con le famiglie locali. Era un campo “standard type”, con baracche in legno e strutture essenziali di cui oggi rimane solo un edificio, probabilmente un magazzino esterno al perimetro principale.
Raccontaci cosa sai dell’esperienza che visse tuo padre vicino a Farncombe Down, a 2-3 miglia da Lambourn, lungo la strada per Baydon.
Mio padre fu destinato al campo nr. 25, situato a Lambourn, località dell’Inghilterra appartenente alla contea del Berkshire, che veniva tenuta segreta e contrassegnata con un numero anziché il nome. Trascorse là la sua prigionia fino alla fine della guerra e poi ancora un anno oltre perché l’Italia, nel marasma della nuova formazione di governo, si dimenticò di richiamare in patria i prigionieri dalle diverse località in cui erano dislocati.
Durante la sua prigionia durata sei anni mio padre s’innamorò, e fu ricambiato, di una ragazza di nome Stella, che non poté sposare perché le leggi del posto non lo permettevano. Non lo avrebbero permesso neppure se fosse stata gravida, in quanto gli inglesi consideravano gli italiani un sottoprodotto dell’umanità.
Mio padre percepiva una piccola forma di stipendio, che nell’arco degli anni trascorsi laggiù era venuta a costituire una bella somma di denaro, una vera fortuna se l’avesse potuta trasferire in Italia; ma la lasciò tutta nelle mani di Stella, convinto di tornare da uomo libero e poterla finalmente sposare.
Le cose però non andarono così come lui, in cuor suo, sperava.
Fu rimpatriato a spese del Governo ma una volta a casa, seppur felice di rivedere i propri familiari dopo ben sette anni trascorsi via, non poté ripartire per coronare il suo sogno d’amore in quanto privo di denaro, come anche del resto i suoi familiari duramente provati dalla guerra e della sua assenza.
Dopo alcuni anni dal ritorno a casa dovette quindi abbandonare il suo sogno d’amore e prese in moglie mia madre.
Ma quel sogno era sempre rimasto nei suoi pensieri, anche se ne aveva modificato lo spirito, visto che s’era ormai sposato. Sognò per tutta la vita di tornare in Inghilterra per calpestare da turista quella terra che lui aveva coltivato con sudore e fatica, e chissà, magari rivedere anche Stella, ovviamente senza aspettarsi nulla da lei: semplicemente rivederla.
Non poté mai realizzare quel suo sogno: prima per ragioni economiche in quanto padre di ben sette figli, poi a causa della salute avendo i polmoni compromessi dall’enfisema polmonare e dall’asma; Giuseppe Abagnale morì nel 2004.
Nel 2005, quando mia madre fu colpita da un gravissimo ictus che la lasciò semiparalizzata su tutto il lato sinistro del corpo, oltre che cieca e sorda sempre a sinistra, si rese per lei necessario il ricovero permanente in una RSA. In quel periodo, durante una visita al cimitero sulla tomba di mio padre, ebbi una visione: lui mi chiedeva di realizzare al suo posto il suo grande sogno.
Lì per lì credetti di non potercela fare: non avevo la dimestichezza in inglese necessaria per potermi recare nella località dove lui visse i lunghissimi anni di prigionia, lontanissimo dal suo luogo natio e dalla famiglia; ma come lui l’ho coltivato facendolo mio. Finché un giorno la mia cara amica laureata in lingue Giuliana Fiscante, che conoscevo sin dal 2020 e che all’epoca lavorava alla redazione di Leonardo su RAI 3, si è offerta di aiutarmi. Mi ha accompagnata in Inghilterra organizzando tutto: il viaggio, l’aereo, la navetta, il bus, il soggiorno e tutti i tragitti percorsi.
Con le opportune ricerche ho potuto risalire alla località in cui mio padre visse la sua prigionia e recarmici per calpestare quella terra da turista, al posto suo, portandolo nel cuore come se fosse stato accanto a me. Lambourn è un ridente paesino dalle dolci colline, frequentato dall’élite londinese appassionata di equitazione.
Non possiedo tutta la documentazione occorrente per certificare il suo vissuto in quel luogo, probabilmente perché compiendo diversi traslochi e avendo subito un incendio sarà andata persa; ma pochissimi giorni prima della mia partenza per Londra e poi per Lambourn sono state ritrovate da mio nipote Pietro Abagnale, anche lui coinvolto nelle ricerche, due sue foto, di cui una in formato cartolina – che gli inviarono in Inghilterra i miei nonni – che ritrae i due fratelli e la sorella più piccola; nell’altra c’è lui in divisa militare nel giorno in cui partì per la Libia.
Pensai: questo è un preciso segnale della sua vicinanza.
Il Campo 25 è un esempio di come anche in un contesto di guerra possano nascere rapporti di fiducia, collaborazioni agricole fondamentali per la sopravvivenza del Regno Unito, memorie familiari che ancora oggi vengono tramandate dai parenti che vogliono onorare il ricordo dei loro cari. È una storia di sopravvivenza, dignità e lavoro, lontana dagli stereotipi dei campi di prigionia più duri. Quale regalo ti ha lasciato questa esperienza investigativa?
Questo viaggio è stato molto commovente, anche se non ho potuto incontrare Stella e neppure avere una sua foto, ma mi ha fatto capire che l’uomo non deve mai abbandonare i propri sogni perché sono quelli che aiutano a vivere. Mio padre, malato com’era, è riuscito ad arrivare a ben 86 anni nonostante le moltissime difficoltà. Soprattutto, non deve mai travalicare il diritto alla vita di altre persone con conflitti, poiché le guerre portano sempre distruzione e morte di innocenti. Chi ha vissuto la guerra, e come mio padre è riuscito a tornare a casa, rimane comunque traumatizzato e trasferisce questi traumi alla famiglia da lui creata. Quindi invoco la Pace per tutti i popoli in guerra, che ad oggi nel mondo sono 56, sperando con tutto il cuore che non ne inizino altre, viste le premesse odierne.
Mi colpiscono le atrocità immani subite dai popoli, soprattutto a discapito dei bambini: alcuni vagano denutriti in cerca di conforto, altri sono stati privati di tutti e quattro gli arti. Provo una pena infinita: a parole non riesco a rendere l’idea della profondità del mio sentire.
Penso ai soldati impegnati nei vari conflitti che vanno a combattere consapevoli di incontrare la morte, immagino il loro stato d’animo; soprattutto penso alle loro madri in quanto lo sono anch’io: quali sentimenti possano provare, la loro speranza di rivederli tornare, la loro ansia crescere ogni giorno di più.
Mi auguro che questo scritto arrivi al cuore delle persone e che possa far riflettere sui danni, materiali e prima ancora morali, provocati da ogni guerra: sono incalcolabili. E rivolgo un pensiero ai commilitoni di mio padre morti durante il tragitto per raggiungere il luogo di prigionia lasciando un vuoto incolmabile nelle loro famiglie.
Grazie Maria per la tua testimonianza.
Concludo questa intervista con una frase di Oriana Fallaci: «Perché quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo.»
Potete contattare Maria Abagnale: abagnalemaria54@gmail.com
CATERINA CIVALLERO Consulente alimentare, facilitatrice in Psicogenealogia junghiana, scrittrice
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