Chiova chiova e la gatta frija l’ova…
Vi siete mai chiesti quale sia il vero significato delle filastrocche?
E se, al di là del valore culturale e tradizionale, queste storie del nonsenso ci aiutassero a scoprire la magia che abbiamo dentro?
Se fossero state inventate per ricordarci che la realtà può essere modificata, reinventata? Se quell’assurdo servisse proprio a prepararci all’assurdo della vita — a darci la certezza che, anche quando accadono cose inspiegabili, possiamo attraversarle con ironia e leggerezza?
Forse certi racconti, servono a mettere ordine nel caos. Prendono la realtà — spesso complessa e spaventosa — e la racchiudono in una costruzione armonica, dove tutto, alla fine, trova il suo accordo.
“Chiova chiova e la gatta frija l’ova.
E lu surici si marita cu la coppula de sita.”
Questa filastrocca la recitava mio padre ogni volta che pioveva, quando il cielo sembrava cadere e tutto pareva chiudersi dietro le porte.
Dentro quelle parole accade qualcosa di impossibile. Il gatto non caccia, frigge le uova, e il topo non scappa, si sposa.
Da bambini si ride, perché in quelle parole si assiste a un mondo capovolto. Il capovolgimento fa ridere, scompiglia i pensieri e le certezze, ma non fa paura. Poi si cresce, e quella stessa filastrocca resta lì, in un angolo della memoria in attesa di essere capita.
Perché quando piove davvero — e non parlo del cielo — qualcosa si rompe.
Le abitudini si incrinano, i ruoli perdono i contorni, le certezze si bagnano fino a diventare irriconoscibili. È lì che le fantasie smettono di essere un gioco.
Il gatto, sotto la pioggia, non è più soltanto un predatore. Si ferma. Cambia gesto, frigge le uova. Sembra poco, ma non lo è. In quel gesto c’è un bivio: smettere di inseguire, smettere di afferrare, scegliere un nutrimento diverso.
Rinuncia? No. Trasformazione.
E il topo? Il topo esce. Non perché ha smesso di avere paura, ma perché la paura non basta più a definirlo. Esce e si sposa. Indossa la seta come nuova dignità. Non si limita a uscire dalla tana; esce con eleganza. La tempesta non gli ha tolto nulla, gli ha dato la possibilità di indossare il suo abito migliore. Non è più sopravvivenza, è affermazione.
Forse è questo che fanno le tempeste, arrivano per interrompere.
Interrompono i copioni, le abitudini, le identità troppo strette. Ci mettono in una condizione nuova, scomoda, bagnata, in cui non possiamo più essere esattamente quelli di prima. Allora succede qualcosa di raro… possiamo scegliere.
Possiamo restare attaccati a ciò che eravamo oppure cambiare gesto. Diventare altro, anche solo per un attimo.
Un gatto che non caccia, un topo che non fugge.

Probabilmente mio padre me lo diceva così, senza spiegarmelo. Con una filastrocca. Con la pioggia fuori, con quella leggerezza che non era superficialità ma un modo diverso di stare nelle cose. Oggi lo capisco.
Sotto la pioggia, nessuno è più lo stesso. Ma non è una perdita, è uno spazio. E dentro quello spazio possiamo smettere di essere ciò che siamo sempre stati e diventare chi non abbiamo ancora avuto il coraggio di essere.
Quando piove non cerco riparo. Ascolto. Perché in mezzo al rumore dell’acqua c’è una voce che cambia le cose senza bisogno di spiegarle.
A mio padre,
che quando pioveva chiudeva le finestre e apriva le parole.
Namasté
Franca Spagnolo

