diGiovanni Zambito
Giovedì 15 ottobre 2026, ore 19.30. Grande Salle del Grand Théâtre. In cartellone l’Otellodi Giuseppe Verdi nella produzione di Ted Huffman, ripresa per Lussemburgo da Franciska Éry, con la direzione musicale di Giulio Cilona e l’Orchestra Luxembourg Philharmonic.
E partiamo da qui: dalla scena iniziale. Seppur spoglia, quasi minimalista ha creato sin da subito un grande coinvolgimento. Non servono navi e fondali. Sono bastati i movimenti curati da Pim Veulings, il coro e le luci magistrali di Bertrand Couderc per far sentire, vedere e toccare la tempesta in mare durante il ritorno della flotta veneziana a Cipro. Un’idea che è una dichiarazione d’intenti: il dramma non è fuori, è dentro gli uomini.
Samuel Sakker è Otello. All’inizio sembrava quasi trattenuto, con una voce che cercava il centro. Poi le interazioni con gli altri personaggi, lo scontro con Jago, l’amore per Desdemona, lo hanno riportato alla realtà scenica e la performance alla fine è stata assolutamente all’altezza delle aspettative, con un quarto atto di una lacerazione vocale ed emotiva memorabile.
Perché di fronte aveva un Daniel Scofield (Jago) da manuale. Un fantastico, infido serpente. Non il cattivo che sbraita, ma quello che sussurra. Scofield prepara la sua trama con un’astuzia e una sottile psicologia da far paura, dosando veleno e falsa amicizia con una linea di canto sempre elegantissima, tanto da rendere credibile, inevitabile, la discesa del protagonista verso l’efferato femminicidio. Uno Jago che non dimenticheremo.
E poi lei. Yaritza Véliz è una Desdemona stupenda. Una presenza elegante e raffinata, mai vittima passiva, ma donna forte e consapevole, come vuole Franciska Éry nel suo bellissimo lavoro di rilettura. Una voce da brividi: forte quando deve difendere Cassio, emozionante, di un cristallo che taglia l’aria nel quarto atto. Dopo la struggente Ave Maria, il pubblico incantato non le ha tributato l’applauso. Un silenzio lungo, sospeso. Probabilmente troppo catturato dalla sua interpretazione per osare romperlo. Meglio così: avrebbe forse rovinato il rientro in scena del furente Otello, che irrompe come una furia cieca in quel sacro silenzio.
Molto bene anche il resto del cast: l’ottimo Cassio di Joel Prieto e l’Emilia partecipe e fondamentale di Marie-Juliette Ghazarian, protagonista anche del bellissimo monologo nell’intervallo voluto dalla regista per dare finalmente voce alle donne di Shakespeare.
L’assenza di un vero e proprio impianto scenografico, che in altri contesti avrebbe potuto penalizzare, alla fine ha giovato all’insieme. Ha permesso agli spettatori di comprendere e assaporare ogni momento, ogni parola, ogni gesto della rappresentazione. In un’opera che parla di mascolinità tossica, di gelosia e di possessione, togliere orpelli significa mettere l’uomo nudo di fronte alle sue responsabilità.
Il Maestro Giulio Cilona è stato superlativo. Una direzione di una lucidità e di una tensione drammatica rare. Non ha mai coperto le voci, ha respirato con i cantanti, ma ha tenuto l’orchestra come una macchina inarrestabile. Verdiano fino al midollo, con tempi perfetti e un controllo dei pianissimi da grande maestro.
Il Coro, sublime. Doppio: Opéra national du Rhin e Opéra national de Nancy-Lorraine, preparato da Virginie Déjos e Servane Delanoë. Potente nella tempesta, insinuante nel brindisi, compatto e teatrale come pochi. È stato il vero mare dell’opera, in tutti i sensi.
Un Otello che resta addosso. Che alla fine non applaudi solo, ma porti a casa.
Prossime rappresentazioni: domenica 18 ore 17,00 e mercoledì 21 ottobre ore 19.30.


Foto© Jean-Louis Fernandez


