di Giovanni Zambito
Alla Monnaie di Bruxelles, Medusa ti prende alla gola e non lascia andare. Iain Bell e Lydia Steier – lui compositore, lei alla regia e al libretto – firmano una prima mondiale (in scena fino al 19 maggio) che non racconta un mostro, ma una donna. E la differenza si sente in ogni momento.
La forza dell’opera è nella capacità degli interpreti di modulare la voce per adeguarla ai distinti momenti cupi della narrazione.
Olga Peretyatko disegna l’arco intero di Medusa: parte dall’ingenuità di chi sente solo una ninna nanna nel richiamo di Poseidone, attraversa il dolore dello stupro, la violenza subita, la punizione di Atena e la metamorfosi. La sua voce non si limita a cantare: si spezza, si indurisce, si raggruma come i capelli-serpenti che la trasformano.
Di fronte a lei, Konstantin Gorny è un Poseidone in bianco, moderno e inquietante. Durante lo stupro la sua linea vocale costruisce tensione da gatto e topo, con una presenza che riduce il dio a simbolo presente della violenza maschile.
Anu Komsi, nel ruolo della Grande Sacerdotessa, offre uno dei momenti più laceranti. Quando si rende conto che non può più parlare, la voce si incrina, si sgretola, fino a restituire una follia che è più drammatica di qualsiasi grido.
L’ira della dea trova corpo e voce in Angela Denoke come Atena: taglio netto, autorità tagliente, una condanna che scolpisce il destino di Medusa.
E poi c’è Josh Lovell, Perseo. Arriva con la spada e l’eroismo, ma è nel momento in cui scopre in Medusa l’umanità e la sofferenza patita che la sua voce cambia registro. I sensi di colpa non sono urlati: sono sussurrati, scavati, con un’onestà che rende il suo gesto finale tragico, non trionfale.
A completare il quadro, Paula Murrihy e Mary Elizabeth Williams come Euryale e Stheno orbitano intorno a Medusa in nero, presagi vivi, con timbri che creano un linguaggio fisico di movimento e pericolo.
Michiel Delanghe alla direzione mantiene l’orchestra tesa, espressiva, scolpita. Non c’è un momento in cui la partitura di Iain Bell si stacca dalla scena: è cinematografica nel senso più forte, capace di stare sotto un thriller senza perdere impatto. Crescendi precisi, pulsare costante, colori e contrasti che tengono viva la tensione anche quando il testo sceglie la staticità. La musica non commenta, agisce.
La messa in scena di Lydia Steier usa pochi, validissimi elementi per aiutare lo spettatore a seguire senza distrazioni. Il set nero si muove, respira, con dita che sporgono dalle superfici. Il tempio di Atena ha fuoco reale al centro: pareti grigie che catturano ombre arancioni, coro di sacerdotesse dorate e mascherate.
Sono le luci di Elana Siberski e le ombre a fare il lavoro grosso: immergono appieno nell’atmosfera, trasformano il palco in mare, vento, oscurità. Medusa appare in bianco con capelli rossi, le sorelle in nero come presagi. Niente orpello, tutto significato.
Medusa alla Monnaie è un’opera che guarda negli occhi e non si scusa. Per il coraggio di affrontare lo stupro e la colpevolizzazione delle vittime senza autocensura, per una direzione musicale che è completamente al servizio della narrazione, e per interpreti che modulano la voce come se fosse carne viva.
Esci con una sola domanda: se incontri il suo sguardo, chi vedi davvero?




Foto di Simon Van Rompay
