“Io sono nero di amore, né fanciullo né usignolo, tutto intero come un fiore, desidero senza desiderio”.
Pier Paolo Pasolini: un intellettuale totale, un uomo dai mille talenti, un artista che ha lasciato un’impronta indelebile sulla cultura del Novecento. Scrittore, poeta, regista, giornalista, pittore, drammaturgo e linguista, Pasolini fu un interprete acuto e implacabile del suo tempo, un fustigatore della società borghese e consumistica che svelò con coraggio e lucidità i suoi vizi e le sue ipocrisie.
A catturarlo del cinema era la fragilità della pellicola: “Poco più robusta di un’ala di farfalla, affidata a un circuito, altrettanto labile. Tutto il cinema è fragile. Destinato a sparire presto, rispetto alla tenuta secolare della letteratura”. Una fugacità dolorosa, che lo invitava alla sfida, all’ennesimo gioco estremo: fissare frammenti labili di attualità, trasformandoli in qualcosa di ieratico, e assoluto. Abbandonandosi ad un cinema vissuto come spasmo fisico da set, accollandosi il peso fisico della cinepresa. Lo sguardo nel mirino doveva essere il suo, mentre scorrazzava in lungo e in largo per tutti i terzi mondi possibili, cercava, tra corpi, volti e azioni, scintille di autenticità.
I suoi film, ancora oggi attuali e importanti, ci invitano a riflettere sulla nostra identità, sul mondo in cui viviamo e sulla sua profetica intuizione che aveva compreso come pochi altri il corso della storia e le sfide del futuro. Tra le sue opere, ce ne sono alcune che spiccano per la loro importanza e potenza.
Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultima opera del regista, è un’analisi implacabile della violenza nella società moderna, un viaggio nell’inferno della degenerazione morale e sociale. Con la sua unione magnifica della poetica del Marchese de Sade e Dante Alighieri, Pasolini ci guida attraverso un mondo di orrori e sevizie, dove la paura e l’oppressione sono gli strumenti di controllo di un potere che si nutre della miseria umana.
Ma Pasolini non fu solo un critico della società, fu anche un esploratore della condizione umana, come dimostra Comizi d’amore, un documentario che ci dona uno spaccato interessante e profondo della visione del sesso e del rapporto tra i generi in Italia. Con la sua lucidità e il suo coraggio, ci mostra un paese spaccato da Nord a Sud, tra giovani e vecchi, dove il sesso è un tabù che nasconde la vera natura della società.
Il Vangelo secondo Matteo, invece, è un’opera che mette al centro la dimensione umana di Cristo, un Gesù che è un rivoluzionario popolare, non più un asceta trascendente. Con la sua composizione visiva straordinaria e la colonna sonora incredibilmente varia, ci porta in un viaggio meraviglioso dove la fede e la speranza sono le uniche armi contro la miseria e l’oppressione.
Decameron, parte della Trilogia della vita, è un’opera che celebra la liberazione e il riscatto, un viaggio alla (ri)scoperta di un’umanità calata in un’epoca contraddittoria e complessa. Con la sua estetica affascinante e la sua scelta linguistica precisa, ci mostra un Medioevo dove l’eros e il sesso sono un mezzo di liberazione, un linguaggio universale che unisce gli uomini.
Questi film sono un must per chi vuole capire Pasolini e la sua cinematografia, un viaggio nell’animo umano che ci invita a riflettere sulla nostra identità e sul mondo in cui viviamo. Sono opere che ci sfidano, ci provocano e ci illuminano, che ci ricordano la potenza e la bellezza del cinema.
La sua ossessione per il cinema era totale, eppure sapeva che non si trattava di un’arte come le altre. Come lui stesso diceva, ‘Il cinema non è un’arte, è un linguaggio’. Un linguaggio che parla direttamente al cuore e alla mente, capace di catturare la complessità della realtà e di trasmetterla con una potenza unica.





Stefania Lo Piparo
