Nel saggio “Il canto delle sirene”, Adriana Cavarero prende tra le mani il mito più antico che abbiamo, quello delle Sirene che cantano nel mare di Omero, e lo scioglie filo per filo come si scioglie una trama al telaio, finché non ci mostra che sotto il canto letale c’era sempre un altro canto, più basso, più ostinato, più umano, ed era quello delle donne che tessono.
Il punto di partenza è noto a tutti, Ulisse che si fa legare all’albero della nave e ordina ai compagni di tappare le orecchie con la cera, perché il canto delle Sirene promette il sapere totale e nel prometterlo uccide, eppure Cavarero non si ferma alla scena, la attraversa, la interroga, la costringe a dire ciò che per secoli ha taciuto, e cioè che in quel canto c’era una voce femminile che la cultura occidentale ha provato a zittire sempre allo stesso modo, o con la fuga o con il dominio o con il silenzio.
Lungo questo percorso l’autrice ci conduce attraverso le grandi letture che hanno cercato di neutralizzare la minaccia, prima quella di Adorno e Horkheimer che vedono in Ulisse il primo borghese, l’uomo che rinuncia al godimento per piegare la natura al lavoro e alla disciplina, poi quella di Platone che nel mito di Er trasforma le Sirene in otto voci immobili incollate alle sfere celesti, ciascuna intenta a emettere una sola nota dell’armonia cosmica, mentre in basso le Moire, Cloto Lachesi e Atropo, filano e cantano insieme il passato il presente e il futuro dell’intera umanità, e in questo ribaltamento già si annuncia tutto ciò che verrà dopo, perché se le Sirene si sono ridotte a puro suono allora le vere narratrici sono altrove, sono quelle che intrecciano fili e destini. Cavarero non ha fretta, attraversa anche il Novecento ferito, si sofferma sul silenzio di Kafka che è più spaventoso del canto perché lascia immaginare ciò che non è stato detto, sul canto imperfetto di Blanchot che riconosce l’impossibilità di raggiungere la pienezza del suono, sulle Sirene di Eliot che non cantano più per gli uomini ma l’una per l’altra in una comunità chiusa e autoreferenziale, e infine arriva a Orfeo, che non ascolta ma sovrasta, che copre con il frastuono della cetra ogni altra voce e istituisce così il modello del poeta eroico che domina con il rumore.
Eppure è proprio quando sembra che il canto femminile sia stato provato a essere sconfitto, addomesticato, ridotto a eco, che il libro compie la sua mossa più profonda e ci riporta giù, nelle stanze domestiche, davanti ai telai. Qui il ritmo cambia, non è più l’armonia perfetta delle sfere né il battito ossessivo della nave in corsa, è il movimento iterato delle braccia e dei piedi, l’avanti e indietro della spola, il colpo cadenzato del pettine che stringe la trama, ed è su quel ritmo che le donne cantano, non per sedurre ma per tenere insieme il lavoro e il tempo, e cantano con la stessa parola che Omero riserva alle Sirene, phthongos, come a dire che la voce nasce nello stesso luogo del corpo anche quando il corpo è piegato alla fatica, un canto che non ha mai smesso. Cavarero richiama Calipso e Circe intente al telaio con bella voce, richiama Penelope che tesse e disfa per anni e che con le ancelle ride e canta in un canto che è each to each, un canto fra pari che non ha bisogno di pubblico, e mostra come la tessitura sia stata da sempre una forma di narrazione, perché Elena nell’Iliade intesse sulla tela le imprese degli Achei e dei Troiani, perché Aracne osa sfidare Pallade tessendo storie di dei e viene punita trasformata in ragno, perché Filomela a cui è stata tagliata la lingua ricama su una tela bianca con caratteri porporini il crimine subito e in quel gesto inventa una scrittura prima della scrittura, e allora il cerchio si chiude e la parola latina textum e la parola testo smettono di essere lontane, perché tessere è sempre stato dire, è stato fissare una memoria nel filo, è stato opporre al canto che travolge un canto che dura. La forza del libro sta in questo passaggio lento e inesorabile dall’alto al basso, dal cosmo alla stanza, dal mito alla fatica, e nel mostrare che mentre la filosofia e la poesia hanno cercato di risolvere il problema delle Sirene eliminandole o riducendole a funzione, le donne hanno continuato a cantare lavorando, e in quel canto hanno custodito la possibilità di raccontare senza uccidere e di ascoltare senza perdersi. E alla fine, quando tutto sembra già detto, Cavarero osa la domanda che nessun commentatore aveva osato formulare con chiarezza, e cioè se non sia stata Penelope, con la sua tela che si fa e si disfa e si rifà, con la sua attesa che è anche invenzione, a tessere infine la storia che Omero ci ha restituito come epopea maschile, perché di quell’incontro con le Sirene Ulisse riferisce solo un breve accenno e il resto, il resto forse lo ha tessuto lei nella lunga notte di Itaca, e questa ipotesi non è un vezzo erudito ma l’esito necessario di un ragionamento che ha spostato il centro del potere dal canto che seduce al canto che narra, dal canto che uccide al canto che tiene in vita. Leggere Il canto delle Sirene significa allora accettare di essere condotti in un luogo dove la bellezza non è separata dalla fatica, dove la voce non è separata dal corpo, dove il destino non è scritto una volta per tutte ma si fila e si tesse ogni giorno, e significa uscire con l’orecchio cambiato, con la consapevolezza che ogni volta che sentiamo parlare di canto dovremmo chiederci chi lo sta facendo e per chi, e se non sia il caso di smettere di legarci all’albero per cominciare invece a sedere accanto al telaio e ascoltare. È un libro breve ma intero, scritto con una prosa che non cede mai alla semplificazione e che chiede al lettore la stessa attenzione ritmica che si chiede a chi tesse, ed è per questo che andrebbe preso in mano con calma, andrebbe letto ad alta voce se possibile, andrebbe tenuto vicino come si tiene vicino un filo che non si vuole spezzare, perché in un tempo in cui tutte le voci sembrano gridare per sovrastare le altre, Cavarero ci ricorda che esiste anche un modo di cantare che non vuole dominare ma accompagnare, e che le donne non hanno mai smesso di fare, e che forse è l’unico modo che abbiamo per raccontarci senza farci male.







