Entrare in un libro di Elvira Seminara è come varcare la soglia di una casa in penombra dove sul comodino giace una lettera senza firma e senza mittente, e comprendere immediatamente che da quel momento in poi non sarà più possibile uscire finché non si saranno aperte tutte le porte, svuotati tutti i cassetti, letti tutti gli avvertimenti che l’autrice ha disseminato tra un capitolo e l’altro sotto forma di cartelli che dicono “ATTENZIONE, NON OLTREPASSARE LA LINEA GIALLA” e che in realtà sono inviti a oltrepassarla, perché è lì che comincia la verità.
Non esiste una trama da poter raccontare in poche righe perché questo libro si sottrae con ostinazione a qualsiasi tentativo di sintesi, e fa bene a farlo, dal momento che la sua forza risiede proprio in un procedere per frammenti, per schegge di vita quotidiana che si addensano intorno a date precise di dicembre — il due, il tre, il quattro — e intorno a domande che restano sospese nell’aria come “Cos’è successo il quattro dicembre?” senza esigere una risposta ma costringendo il lettore a convivere con la mancanza di risposta, che è forse la forma più esatta e più dolorosa di inquietudine che esista.
Elvira Seminara osserva il reale con una pazienza che rasenta la devozione e con uno sguardo capace di trasformare un giardiniere in un veggente dell’apocalisse, un rumore di stagnola sotto la pioggia in “quel rumore argentino”, un gatto che sparisce all’inizio in una promessa che prima della fine dovrà necessariamente essere mantenuta, e in questo continuo slittamento dal piccolo al grande, dal “Ladri per casa” all’“asteroide Psyche”, dai “servizi segreti dei boschi” a Heisenberg, si genera una tensione sotterranea che non permette di posare il libro neppure per un attimo perché si ha sempre la sensazione che nella pagina successiva si trovi la chiave di quella precedente.
I personaggi non sono figure compiute, sono assenze, sono buchi, sono “L’uomo-fantasma che salverò”, è Flavio di cui “secondo me nasconde molte cose”, è Iris a cui viene detto “Scusami se non ti amo” con una secchezza che ferisce più di qualsiasi scena di rottura orchestrata, ed è proprio in queste frasi deposte lì senza alcuna retorica, senza alcuna protezione, che il libro morde più a fondo, perché Elvira non spiega, non consola, non accompagna con la musica, lascia la frase nuda e tocca a noi reggerla.
Attraversa tutto un umorismo nero che coglie di sorpresa quando meno te lo aspetti, come in “Avrei bisogno di morire, ma ho troppe schede da fare” o in “Anche i cattivi scrivono poesie”, ed è un umorismo che non alleggerisce ma che semmai ricorda quanto la vita sia fatta di assurdità accostate le une alle altre senza chiedere il permesso, e in mezzo a questa materia viva entra la letteratura dalla finestra — c’è Chatwin con il suo “Organigramma”, c’è Hemingway che compare tra “La caverna degli insonni” e “L’asteroide Psyche” — non per ostentazione ma perché nelle notti lunghe, quando si è dentro “La caverna degli insonni”, si ha bisogno di nomi grandi con cui parlare per non soccombere alla solitudine.
Le case in questo libro sono organismi viventi, “i palazzi hanno occhi”, a “casa Walder” i gesti restano sospesi a mezz’aria, la “carta celeste degli affanni” è una mappa che non conduce da nessuna parte eppure la si segue lo stesso con ostinazione, e ogni oggetto diventa indizio, ogni dettaglio si fa confessione, fino ad arrivare a quella “lettera del comodino” che non verrà mai letta ma che continuerà a tormentare per giorni.
E poi c’è la fine, che non è una fine ma una soglia: “Il capitolo che non c’è. Ma verrà”, e ti lascia con la porta socchiusa e con la consapevolezza che alcuni libri non si chiudono davvero, si depositano dentro, e ti cambiano il modo di ascoltare la pioggia, di guardare una buca della posta, di dire a qualcuno che forse il segreto è diluviare.
Einaudi editore
Consiglio caldamente la lettura di questo libro di Elvira Seminara perché è una prova di scrittura folgorante, magnetica e vertiginosa, eppure intimissima. È un testo brillante e caustico, tenero e spietato, euforico nella lingua e profondissimo nelle domande che pone. Ti afferra, ti scuote, ti costringe a ridere e due pagine dopo ti lascia in silenzio a guardare il soffitto. È raro, è necessario, è un libro da leggere.








