Il libro: “Fuoco al cielo” di Viola Di Grado | Recensione

da|28 Settembre 2026|Libri

Siamo a Musljumovo, sulla riva del Teča, il villaggio più contaminato della Terra. Un luogo cancellato dalle cartine sovietiche, epicentro del disastro di Majak, dove il cesio è stato colato nei muri della scuola e lo stronzio è finito nel latte; un posto dove la gente muore a trent’anni di cancro allo stomaco e diabete, e dove le donne partoriscono in segreto.

In questo inferno si muove Tamara Vasil’evna Prosvirina. Ha quarant’anni, è un’ex insegnante di scienze schedata come psicotica, che la gente al suo passaggio chiama semplicemente:”La Pazza”. Vive sola in una casa di legno, in compagnia del vecchio cassettone della nonna – e lo scrivo apposta in compagnia, perché per lei è l’unica presenza rimasta, l’unica cosa che ancora la guarda – e di un vaso da fiori perennemente all’ombra. Un giorno di agosto, dietro la grande felce, trova appallottolato nel fango qualcosa che non è un bambino e non è un animale: venticinque centimetri di carne senza ombelico, due buchi al posto delle orecchie, dita lunghissime e ruvide come alghe molli degli abissi. Ha la testa a forma di bacca appuntita, una bocca larga e senza labbra simile a un vortice nero, pupille verticali e la pelle viscida, luccicante come quella di un anfibio. Invece di urlare, Tamara lo prende e lo stringe a sé. Lo chiama Alëšen’ka, gli improvvisa una culla di stracci sul cassettone, lo sistema accanto al letto perché brilla come un gioiello bagnato. Per la prima volta dopo anni, non è più sola.

Accanto a lei si muove Vladimir Nurtdinov, un infermiere arrivato da Mosca che ha perso un figlio – un bimbo rimasto bianco, piegato su un fianco a pugni chiusi. Vladimir beve, ruba cavi, ha paura, eppure è l’unico a crederle. Tra loro scoppia un amore bollente e accecante che sembra fare da scudo alla realtà, ma che in verità è avvelenato quanto la terra che calpestano. “Bollente e accecante” non è poetico e non lo è apposta. Non è da cartolina. È da febbre.
Viola lì a Musljumovo non vuole farti sognare, vuole farti sentire la temperatura. L’amore tra Tamara e Vladimir non è romantico, è contaminato come la terra dove stanno. È bollente perché brucia, perché ti fa sudare, perché ti consuma. É accecante perché non ti fa vedere più niente altro – non vedi la radioattivita, non vedi che si stanno avvelenando a vicenda.

L’idillio si spezza quando arriva Klara: scatta la denuncia, Tamara viene portata via a forza e legata nel reparto psichiatrico di Kyštym. Con le cinghie strette sui polsi escoriati e gli aghi in vena per “toglierle il bambino dalla testa”, rimane prigioniera. Mentre lei è immobilizzata, Alëšen’ka resta solo per tredici giorni, avvolto in un panno di stoffa rossa sul lato destro del letto. Immobile come una bambola, come un sasso, la creatura si mummifica, si dissecca, rimpicciolisce, diventando bellissima nella sua stranezza, come una statua giunta da un mondo lontano.

Quando Vladimir lo trova è ormai tardi. Vorrebbe seppellirlo in giardino, sotto i fiori, ma alle sette del mattino irrompe Bendlin, con i suoi denti storti e giallastri, e lo ammanetta mezzo nudo. Dalla penombra sbuca il cane tozzo bianco e nero di Iskra, che trascina quel panno rosso lacero e fradicio di bava. Bendlin avvolge il corpicino nella sua camicia azzurra come fosse pesce al mercato, spazzatura putrescente, e lo consegna a Irina Ermolaeva. Nella casa di Irina, piena di foto di famiglia, fidanzati, gatti e libri aperti sul divano a fiori, la creatura viene adagiata sotto la lampada da tavolo. Irina la osserva e nota che è perfetta, simile a una pregevole scultura d’altri tempi, l’ennesimo feto deformato dal plutonio. Galina intanto conta le ossa: il cranio umano ne ha sei, questo ne ha solo quattro, appuntite. Irina vorrebbe l’esame del DNA ma l’autorizzazione non arriva; decide allora di chiamare MTV Japan, consapevole che i servizi russi faranno sparire la creatura per secretarne l’esistenza, esattamente come fecero con gli scarichi radioattivi.

La troupe televisiva invade lo spazio, fotografa tutto: tavolo, sedie, cassettone. Fuori, in strada, gli abitanti si mettono in fila: Maja la salumiera, Miša il becchino, il ragazzo ossuto della drogheria, il fioraio. Nessuno di loro ha mai visto davvero la creatura, eppure ognuno inventa la propria verità: dicono che era verde, altissima, mostruosa, con denti come lame di sciabola e occhi perfidi da lupo; raccontano che faceva appassire le piante, ossidava i gioielli, che era l’ombra nera sotto i letti che faceva ammalare i bambini. I giornalisti registrano ogni assurdità sui taccuini. Dopotutto, è molto più facile credere al mostro che urlare la verità: “ci hanno avvelenati”.

A un certo punto Irina si ferma e si chiede se sia davvero importante scoprire se quel povero essere sia umano o meno. Che importanza ha? E soprattutto, cosa significa essere umani? Se quella creatura è umana, lo è anche la madre che l’ha abbandonata nella foresta? Sono umani coloro che permettono a questo orrore di consumarsi?

Nel frattempo Tamara evade. Rozalina la cieca le porge una forcina e lei sussurra: “Me l’ha detto Dio, se è vivo non posso lasciarlo solo, se è morto, anche se è morto, non posso lasciarlo solo, non stavolta”. Cammina verso Novogornyj, dorme sull’erba umida di un cimitero, convinta che oltre l’orizzonte ci sia solo luce, che basti solo aspettare. La sua corsa si ferma quando Lazar la investe: l’uomo la sposta sul margine della strada come faceva da ragazzino con i gatti randagi, le ricompone la tunica lurida e il fazzoletto a fiori, poi scappa autoconvincendosi di essere un eroe, un uomo buono che ha solo liberato qualcosa che era morto da tempo.

Il giorno seguente, Boris Zolotov avrebbe dovuto eseguire l’esame del DNA alle sei del mattino. Arriva affannato, pallido, con gli occhi incavati, e racconta di una luce improvvisa e meravigliosa: quando si è spenta, l’alieno era sparito. Sul panno rosso rimasto vuoto vengono rilevate due tracce: il DNA umano di Tamara e un altro profilo, unanimemente definito non umano. Il corpo non si trova più. Il documentario di MTV Japan va in onda tra campi brulli e archi drammatici, chiudendosi con una voce che liquida la faccenda: “Era solo una povera pazza”. Sembra la fine di tutto, ma non lo è.

Nell’ultima scena, Vladimir è in auto, parcheggiato sghembo in mezzo a un campo di granturco giallo. È assetato, circondato da rottami, copertoni sgonfi e cicche di sigaretta. È diretto a Mosca, anche se non sa più cosa significhi la parola “casa”. Ha svuotato le stanze, ha nutrito i cani per l’ultima volta. Allunga la mano verso la valigia sul sedile posteriore e la apre: dentro c’è Alëšen’ka. Piegato, raggrinzito, con la bocca semiaperta. Non è svanito nel nulla, non lo hanno preso i servizi segreti: ce l’ha lui. Lo solleva e lo stringe al petto; è così minuscolo che le braccia di Vladimir lo avvolgono interamente. Gli accarezza la schiena con lentezza, chiude gli occhi e pensa: “Digli che quando aprirà gli occhi io sarò di nuovo lì”. Quando riapre le palpebre, il sole squarcia le nuvole e inonda l’abitacolo, illuminando la piccola testa scura. Le guance della creatura luccicano come paglia infuocata, si incendiano di vita e, per un brevissimo istante, Alëšen’ka sembra sorridere.

È esattamente in questo punto che Fuoco al cielo mi i conduce al faro. A Gita al Faro di Virginia Woolf. Virginia scriveva che le cose che abbiamo amato restano anche quando le persone svaniscono e le case si svuotano; rimangono impresse nella curva di una sedia, nel modo in cui la luce della sera si posa sulla carta da parati, nel profumo persistente di un libro vecchio. Noi siamo fatti di queste presenze silenziose: siamo un museo invisibile che custodisce i fantasmi gentili di ciò che siamo stati e di chi ci ha tenuto per mano anche solo per un tratto di strada.

Quel sorriso finale non è un miracolo alieno, né la prova di una natura non umana. È solo la luce che si posa su ciò che si è amato. Vladimir non sta rianimando nessuno; sta semplicemente tenendo per mano qualcuno per un breve tratto di strada. Tredici giorni: il tempo in cui Alëšen’ka è stato vivo su quel cassettone. E se per un attimo, mentre il sole investe l’auto, la creatura sembra sorridere, non è perché sia viva, ma perché c’è ancora qualcuno che la stringe al petto.

Questa è l’unica definizione di umano che sopravvive in tutto il libro. Dopo il plutonio, dopo i servizi segreti, dopo MTV Japan, e dopo che il mondo intero ha sentenziato: “Era solo una povera pazza”.

La scrittura di Viola Di Grado possiede una frequenza d’onda totalmente sua, un’anomalia magnetica nel panorama editoriale. Non somiglia a nient’altro: è una prosa che scarnifica, che ha il passo del mito contemporaneo e la precisione chirurgica della grande letteratura, quella destinata a stratificarsi nel tempo, indenne alle mode. La potenza visiva di questa storia è talmente cinematografica e universale che meriterebbe di essere tradotta in una produzione seriale globale, una di quelle narrazioni capaci di ridefinire l’immaginario visivo e fecondare lo schermo. “Fuoco al cielo” è un’opera spettacolare perché non cerca il consenso del lettore, ma lo bombarda di bellezza e ferocia, costringendolo a guardare dentro quel panno rosso molto dopo aver chiuso l’ultima pagina.

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