Il dolore di Dogman: un’odissea di resilienza

da | 13 Aprile 2026 | Cinema

Nel cinema di Luc Besson, la storia di Doug, alias Dogman, si dispiega come un sentiero di sofferenza e redenzione, un viaggio nel cuore delle tenebre dell’animo umano. Il protagonista, interpretato con magistrale intensità da Caleb Landry Jones, è un ragazzino buono e gentile, intrappolato in una famiglia disfunzionale dove la violenza e la follia regnano sovrane.

Douglas, per tutti Doug, è un ragazzino buono e gentile. Vive all’interno di una famiglia altamente disfunzionale, maltrattato da un padre violento e fanatico, che usa i suoi numerosi cani per combattimenti clandestini e fa della religione un’ossessione delirante, con la quale sottomette la moglie, e plagia a sua immagine e cattiveria il figlio maggiore. Un giorno, dispiaciuto nel vedere i cani sempre affamati e sofferenti, Doug decide di disubbidire alle regole paterne e li nutre di nascosto. Scoperto dal fratello, verrà consegnato alla rabbia del genitore e rinchiuso in gabbia con i cani, lasciato morire di stenti e freddo, mentre la madre nuovamente incinta deciderà di fuggire lanciandogli dal recinto qualche scatoletta di carne. I giorni passeranno silenziosi, circondato dall’affetto e dalla protezione di quelle creature amiche. Una nuova cucciolata desterà l’attenzione del padre, pronto ad uccidere i piccoli, ma Doug si opporrà con tutte le sue forze, frapponendosi, e rimanendo gravemente ferito da un colpo di fucile partito erroneamente. Sarà uno dei suoi piccoli fratelli pelosi a permetterne la sopravvivenza, e successivamente, la liberazione.

Dogman è una storia di dolore. L’uomo cane si attesta come metafora di alienazione e dissociazione dall’umanità. In the name of god, la scritta che il fratello innalzerà davanti al recinto-prigione di Doug, altro non è che dogman letto al contrario. La rivelazione, il messaggio consolatore che il suo Dio vuole infondergli per farlo sopravvivere. È nei cani che deve cercare conforto e nei cani che deve trovare la sua famiglia. Tornato alla libertà, consegnato ai servizi sociali, escluso e abbandonato, invisibile agli occhi del mondo, il film ci mostra l’ascesa e la discesa di un eroe. Il salvatore di se stesso, la resilienza, la bontà d’animo che non può essere sporcata. La sua è una vita difficile, che reca i segni di violenze trascorse e mai cancellate, i segni tangibili sul corpo a ricordare con prepotenza il tempio del dolore. Doug è un sopravvissuto, mutilato nella sua umanità. La fede, l’unico appiglio a cui si aggrappa con tutte le forze rimaste. Tra parrucche e rossetti rosso sangue, la sua rabbia diviene feroce e punitrice. In un vortice autodistruttivo, l’eroe si trasformerà nell’antieroe di se stesso, in una discesa vertiginosa da cui solo il potente potrà salvarlo.

Luc Besson costruisce un thriller classico, e si serve della tecnica del flashback per consegnare allo spettatore il negativo di una fotografia ormai sbiadita. Caleb Landry Jones dà vita ad una performance straordinaria, conferendo al suo Doug una profondità tangibile e credibile, senza sbavature e senza becero buonismo. Notevole la colonna sonora, che si serve degli indimenticabili brani di Edith Piaf per sottolineare con eleganza le sfumature della bellezza dell’uomo sepolto sotto le sue stesse macerie.

“Dio mi ha dato le gambe. Me le ha date sì. Affinché potessi camminare, verso la morte”. Un’opera che lascia un segno indelebile, un film del 2023 che non lascia indifferente. Se non l’avete ancora visto, vi invito a scoprire la storia di Doug, un eroe fragile e potente che incarna la resilienza umana. Dogman è un film che resterà con voi, un’esperienza cinematografica che vi farà riflettere sulla natura umana e sulla possibilità di redenzione.

Stefania Lo Piparo

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