“Ada o Ardore”, il romanzo che Vladimir Nabokov scrisse a 70 anni, è un’opera grandiosa e poco conosciuta, ma che rappresenta il testamento spirituale dell’autore. Nabokov nacque in Russia e emigrò a 20 anni in Europa, per poi trasferirsi definitivamente in America, dove pubblicò Lolita a 59 anni, un’età fortunata che ricorda quella di Cervantes e Defoe.
Nabokov sogna la sua Russia pre-rivoluzionaria, un mondo diverso dove poter godere della propria giovinezza. Così immagina l’AntiTerra, un universo dove la rivoluzione non scoppierà mai e la Russia si estende nel Nord America. In questo spazio simulacro, due cugini adolescenti, Van e Ada, vivono i loro primi ardori.
La cornice è presto detta, ma la trama è secondaria rispetto alle meravigliose circonvoluzioni del corpo e dell’anima che lui riesce a cogliere. I più impercettibili moti, gesti, silenzi, sono descritti con una precisione che è al tempo stesso poetica e crudele. La Terra esiste ed è un luogo dove finiamo dopo la morte, ma l’AntiTerra è un mondo dove la vita è più intensa e più vera.
Lui vuole, come Tolstoj, scrivere una storia alla Anna Karenina, tanto che l’incipit è una sua parodia. Ma nel frattempo, tra Nabokov e Tolstoj, c’è Proust e Joyce. Così il creatore di Lolita scrive la sua Recherche, la sua grande Odissea.
Il tempo è un tema fondamentale anche per Nabokov, ne parla qui, altrove, nell’autobiografia. È un omaggio in grande stile a Proust. I narratori sono Van e Ada novantenni, che si guardano indietro e, mentre raccontano la loro storia in terza persona, di tanto in tanto intervengono, prendendo parola.
Il postmoderno si è insinuato e la letteratura tende al gioco, alla menzogna, all’impossibilità di dire il nuovo. La sua scrittura è un incanto, come si può vedere in questo passaggio: “Avanzando verso il sole acceso della porta finestra, sentì Ada sul balcone che spiegava qualcosa a Lucette. Era qualcosa di divertente che riguardava…Non mi ricordo e non voglio inventare. Una caratteristica nel modo di parlare di Ada era la fretta con cui cercava di concludere certe frasi prima di lasciarsi sopraffare dall’ilarità, anche se qualche volta, come adesso, un breve scoppio di risa faceva esplodere all’improvviso le sue parole e lei doveva afferrarle al volo e finire la frase ancora più precipitosamente, tenendo a bada la sua allegria e facendo seguire l’ultima parola da un triplo rimbalzo di risa sonore, di gola, erotiche e soffici”. (Vladimir Nabokov, “Ada o ardore”, ed. Adelphi).
Ada o Ardore è un libro di una potenza stupefacente. L’autore con il dichiarato intento di sedurre il lettore, crea un proprio mondo, letteralmente un Antiterra, Demonia, dove far svolgere la storia d’amore fra Van e sua cugina Ada. Leggendo, il lettore sprofonda sempre più in questo anti-mondo.
Non a caso le prime pagine paiono stranianti, incomprensibili: non si contenta di non specificare bene la realtà in cui si sta muovendo, lasciando inizialmente piuttosto spiazzanti per la geografia e la cronologia, ma utilizza anche una lingua personalissima, commistione di inglese, francese e russo.
All’inizio ci presenta le famiglie d’origine di quelli che saranno i protagonisti del romanzo, cioè Van, Ada e l’altra sorella Lucette, e rischiamo di perderci in una ridda di nomi e soprattutto di riferimenti geografici, questi ultimi ancora più difficili da interpretare perché la storia è ambientata sì tra Ottocento e Novecento, ma ad Ardis, una città appartenente a una sorta di unico continente che ha unito Russia e America.
Per aiutare il lettore a dipanare questa matassa iniziale, che comunque poi si scioglierà da sé, nell’edizione Adelphi c’è, prima del testo, un utile albero genealogico. La questione principale, comunque, è quella di comprendere bene quali siano i rapporti tra Marina Durmanov e Acqua Durmanov, cioè le due sorelle che avrebbero generato Ada e Lucette, la prima, e Van la seconda, se non fosse che la follia di Acqua la renderà solo presunta madre di Van.
“Ada o ardore” non è riducibile, tuttavia, a una mera storia d’amore o d’erotismo tra fratellastri, sebbene questa sia la componente fondamentale e necessaria dell’opera, senza la quale tutto il resto perderebbe vigore. Nabokov con ampie digressioni che in qualche caso rallentano la lettura, ma che in generale sono di livello eccelso, aggiunge considerazioni su altri temi, per esempio sullo scrivere.
La storia è narrata quando tutto è già accaduto, e quindi si tratta di ricostruire, sulla scorta di ricordi, di lettere, di ritrovamenti, ciò che era stato sommerso sotto la coltre del tempo, e che pure giaceva lì, ardente proprio come negli anni della gioventù.
Il Tempo è proprio uno dei grandi temi del romanzo, tanto che Van, divenuto scrittore, dedicherà al tema un suo scritto, “La tessitura del Tempo”, una dissertazione tra le più ostiche del romanzo e che potrebbe far inorridire qualche lettore più avvezzo a questioni scientifiche (il testo è un suo saggio che confluì nel romanzo).
È evidente come lui si compiaccia della sua padronanza lessicale, sfoggiando termini altisonanti, mescolando l’inglese, lingua nella quale fu scritto, al russo, al francese, a neologismi inventati dai giovani e spigliati protagonisti, i quali, a dirla tutta, hanno una padronanza lessicale, sin da dodicenni, che appare un po’ esagerata.
Ci mostra la nascita graduale di una passione che è destinata a incontrare la condanna del mondo, a restare nascosta di fronte a tutti. Van e Ada sono costretti, infatti, a scambiarsi i loro primi baci, e poi in un crescendo le loro effusioni sempre più ardenti, nei luoghi più impensabili, anche perché tra i piedi hanno spesso Lucette, la più piccola.
I quattro anni di separazione che li attendono non faranno che rinsaldare questa loro passione, e nel frattempo anche Lucette sarà divenuta più grande, e la sua figura crescerà sempre più all’interno del romanzo.
Non sto qui a descrivere come si evolve il romanzo nel corso delle seicento pagine, Arriveranno i distacchi, i drammi, le solitudini solo apparentemente colmate da un’attività corporea frenetica, dalla vita mondana e dai successi lavorativi, arriverà la morte per diversi membri della famiglia, e il lettore potrà cogliere come “Ada o ardore” (così come, del resto, “Lolita”) non è solo la trasposizione scritta delle fantasie erotiche di un libidinoso scrittore, ma qualcosa che va oltre, che ci mostra ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, che in letteratura la questione non è tanto decidere se un libro è morale o immorale secondo i canoni che noi ci siamo costruiti nella nostra formazione personale, quanto vedere se, come lettori, siamo presi dal vortice narrativo, e dove questo vortice può portarci.
Per intenderci, un conto è Van Veen in quanto protagonista, che può essere anche odioso sotto diversi aspetti, altro conto è Van Veen, travestito da Nabokov, che descrive la vita di Van Veen in modo da regalarci un romanzo scritto magnificamente. «Due idee danzavano allacciate in un lento, meccanico minuetto, tra cenni del capo e riverenze: una era “Abbiamo-tanto-da-dirci”; l’altra era “Non-abbiamo-niente-da-dirci”. Ma sono cose che possono cambiare in un istante.»
(Vladimir Nabokov, “Ada o Ardore”).
Stefania Lo Piparo



