L’adattamento seriale della piattaforma Netflix basato sul famoso romanzo di John Steinbeck, East of Eden (La valle dell’Eden), si rivela, a conti fatti, un’incompiuta dai grandi presupposti, un’opera che sotto il profilo puramente formale si impone con un’estetica impeccabile, dove la meticolosa ricostruzione d’epoca, una fotografia dai toni vividi e soluzioni registiche di ampio respiro valorizzano una rosa di interpreti di indiscutibile spessore.
La firma sui sette episodi è di Zoe Kazan, attrice di rara sensibilità e partner artistica di Paul Dano, sulla quale grava un’eredità familiare monumentale, essendo la nipote diretta di quell’Elia Kazan che, nel 1955, consegnò al mito cinematografico James Dean nel primo storico adattamento del romanzo.
In questa riscrittura per il piccolo schermo, la showrunner sceglie di scardinare l’architettura originaria del capolavoro di John Steinbeck, East of Eden (La valle dell’Eden) del 1952, spostando drasticamente il fulcro del dramma su Cathy, eletta a baricentro assoluto del racconto; in questo ruolo Florence Pugh si rivela magnetica e audace nell’esplorare gli abissi di una figura spietata e deviata, fagocitando l’inquadratura attraverso sequenze dal forte impatto visivo e psicologico.
Questa netta deviazione stilistica risponde, con ogni probabilità, al desiderio di smarcarsi dall’ingombrante ombra del nonno, poiché se nella pellicola degli anni Cinquanta il nucleo emotivo risiedeva nel tormento di Cal, nella miniserie contemporanea i due gemelli Trask fanno la loro comparsa soltanto nelle battute finali, precisamente dal sesto episodio.
La prima parte del racconto sceglie invece di esplorare gli antefatti, dilatando le tormentate dinamiche tra Charles e Adam Trask, cresciuti sotto l’ombra opprimente di un padre dispotico, e seguendo il viaggio di Adam verso la luce della California nel tentativo di recidere i legami con una terra d’origine violenta.
Questa scelta di dare voce e spazio a ciò che nel libro era confinato ai flashback rappresenta un’intuizione felicissima che garantisce un ottimo avvio nei primi due episodi; la narrazione, tuttavia, finisce per smarrire la propria bussola concettuale, lasciandosi sedurre dall’efferata malvagità di Cathy, la quale scivola progressivamente nello stereotipo della dark lady assoluta, piegando lo show al cliché secondo cui l’oscurità è intrinsecamente più affascinante della virtù.
Una simile deriva fa tornare alla mente le parole di Fëdor Dostoevskij ne I fratelli Karamazov, quando scrive che «qui la terra lotta con Dio, e il campo di battaglia è il cuore degli uomini; ma il guaio è che ci sono troppe cose misteriose e troppi enigmi opprimono l’uomo sulla terra».
Il limite della serie sta proprio nell’aver ridotto questo scontro metafisico a un mero esercizio di stile, dimenticando la densità etica della prosa steinbeckiana e privando lo spettatore di un imponente affresco morale che, capace di riflettere in filigrana le profonde lacerazioni dell’America odierna, smarrita nelle derive demagogiche del movimento MAGA, avrebbe meritato uno sguardo ben più analitico e stratificato.
Come cantava d’altronde Walt Whitman in Foglie d’erba, ricordandoci che «il genio degli Stati Uniti non si manifesta al meglio nei suoi poteri esecutivi o legislativi, ma sempre nel popolo comune», si avverte qui la mancanza di quel popolo e di quell’epica collettiva che la serie decide infine di sacrificare, preferendo l’esibizione sterile di una perversione fine a se stessa.








