Arabo è donna, il nuovo libro di Davide Borowski

da|30 Settembre 2026|Interviste,Libri

di Katiuscia Tomei

Sette poetesse raccontate con il metodo della storia orale

Sette poetesse contemporanee Amirah Al Wassif, Imèn Moussa, Mouna Ouafik, Ahlam Bsharat, Nadra Mabrouk, Dalila Hiaoui, Mona Kareem, dall’Egitto al Marocco, dalla Tunisia al Kuwait fino alla Palestina. Voci femminili che attraversano il mondo arabo e ne raccontano i tempi. Davide Borowski le incontra, le intervista e intesse con ciascuna un dialogo che mette a fuoco le linee profonde della loro poesia. Attraverso le conversazioni e l’analisi delle opere Borowski sostiene che soltanto queste prospettive esterne all’Occidente possono restituirci, con autenticità, lo spirito letterario dell’epoca.

Abbiamo fatto qualche domanda all’autore.

Cosa l’ha spinto a intraprendere questo progetto e a incontrare proprio queste sette poetesse?

Non ne ho idea. Ho incontrato Aldo Putignano, l’editore, a un poetry slam al Tasso Alcolico a Napoli. Ho avuto modo di agganciarlo e di parlarci. Era la prima volta che mi capitava, con un editore. Sapevo che è un editore di ricerca, e non ne rimangono tanti. Avevo mille idee che mi frullavano per la testa, da proporre a un editore: traduzioni di classici misconosciuti, libri eccentrici e pazzeschi che solo un editore di ricerca potrebbe accollarsi, e anzi rispetto ai quali anche un editore di ricerca esiterebbe. Aldo mi ha dato appuntamento presso la sua redazione ed è stato abbastanza curioso, o sconsiderato, da ascoltarmi. Questo, per quanto riguarda l’idea del libro. Le sette poetesse che ne fanno parte sono lì perché sono quelle che hanno accettato la mia proposta. Ogni libro è un piccolo naufragio e quelle sette erano le persone che si trovavano sulla stessa zattera.

Quanto è durato il lavoro di ricerca (interviste, corrispondenze ecc.)?

Quattro mesi circa.

Quali criteri ha usato per scegliere le sette poetesse incluse nel libro?

Hanno risposto positivamente alla mia proposta di entrarci. Prima, chiaramente, c’è stato un lavoro iniziale di ricognizione. Cercavo voci che non si somigliassero. Una scrittrice palestinese non rappresenta la Palestina più di quanto Kafka rappresenti Praga o Melville rappresenti l’oceano. Cercavo differenze, contraddizioni, perfino incompatibilità. Mi piaceva l’idea di un libro incasinato. Ho una passione speciale per i libri incasinati, sconfinati, dove i paletti autoriali saltano completamente: chessò,I detective selvaggidi Roberto Bolaño, laTrilogia dei Lavori Pubblicidi Matt Ruff,Il museo dell’innocenzadi Orhan Pamuk. I libri che sembrano sul punto di crollare e invece restano in piedi per miracolo. I libri troppo concisi, ordinati, spesso mi infastidiscono. Mi ricordano gli aeroporti. Posti che dovrebbero servire a fare un viaggio e dove però, guardacaso, sei circondato da gente che vorrebbe venderti qualcosa. Preferisco i mercati, allora. Mi piace che nel libro ci sia il punto di vista di Imèn Moussa, che ha lasciato la Tunisia e vive in Francia, così come quello di Ahlam Bsharat, che a lasciare la Palestina non riuscirebbe mai: quantomeno, questo è ciò che mi ha detto.

C’è stato qualche nome che avrebbe voluto includere ma non è stato possibile?

Molti. Ogni libro è costruito soprattutto sulle sue assenze. I lettori vedono le pagine stampate, per fortuna. L’autore continua a vedere i fantasmi. Ci sono poetesse alle quali ho scritto, e che non mi hanno risposto. Altre che mi hanno detto no. Altre che mi hanno detto sì quando il libro era in parte già scritto, aveva preso una fisionomia, e a quel punto includerle avrebbe voluto dire scrivere un libro troppo lungo, con un prezzo di copertina troppo alto. Da fuori non si pensa mai che il costo di produzione possa incidere sulla lunghezza di un libro, o lo si pensa raramente. Abbiamo una idea della letteratura troppo romantica, troppo pura, troppo astratta. Le case editrici sono aziende che devono far quadrare i conti, per prima cosa.

A quale tipo di lettore si rivolge il volume?

Agli stessi lettori ai quali si è rivolto Arbasino quando ha scrittoParigi o cara, fatto salvo il dato generazionale: i suoi saranno un po’ invecchiati, nel frattempo se ne saranno prodotti altri. Certo, si tratterebbe a questo punto di scoprire chi siano. Poi c’è un tipo di lettore che con me andrà sempre d’accordo, quello che apre un libro mettendosi in caccia di storie che non conosce già, che lo riportino alla febbre avventurosa delle prime letture, indipendentemente dall’età. Quel tipo di lettore lì con me casca bene sempre, o quasi.

Ci sono autrici o opere scoperte durante questo lavoro che intende approfondire in futuro?

Sì, troppe. La cosa buffa è che credevo di stare scrivendo un libro e invece stavo costruendo una biblioteca. Ogni poetessa conduceva verso altri autori, altri libri, altre situazioni. Era un po’ come entrare in una casa e scoprire che ogni stanza possiede una porta segreta. Adesso mi trovo nella situazione paradossale di sapere molto più di quando ho iniziato e di sentirmi parecchio più ignorante. Mi sembra un buon segno; le biblioteche dovrebbero produrre questo effetto.

Cosa l’ha sorpresa di più alla fine del progetto?

Il fatto di non sentirmi a casa in un libro che guarda al Mediterraneo. Di solito, quando apro un libro che nel Mediterraneo ha il suo baricentro, o vi fissa lo sguardo, o lo bordeggia, ci sto molto comodo. Sto comodo dentroLa cotogna di Istanbuldi Paolo Rumiz, le poesie di Kavafis, quelle di Moncef Ghacem, dentroBreviario mediterraneodi Predrag Matvejeviċ. Dentro i versi di Saffo. Rileggendo le bozze diArabo è donna, invece, ero abbastanza inquieto. Forse perché è un incontro con sette donne: e le donne qualche turbamento me lo danno quasi sempre, per fortuna.

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