Nataša mon amour Tolstoj e l’anima russa tra redenzione e rivoluzione di Antonio Di Grado – Algra Editore

da|11 Ottobre 2026|Libri

Non è un libro su Tolstoj. O meglio, lo è, ma a modo suo: obliquo, innamorato, eretico.

Antonio Di Grado non fa critica letteraria accademica, fa quello che i russi sanno fare meglio: interroga un personaggio come se fosse una persona viva, e interroga se stesso attraverso quel personaggio.

Nataša Rostova, la protagonista diGuerra e pace, diventa qui il prisma per guardare l’intera anima russa. Non a caso il titolo la chiama con un amore da Nouvelle Vague,mon amour: è una dichiarazione.

Il cuore del saggio è alla voce “amore”, e che voce.

Di Grado parte da una intuizione formidabile: in Tolstoj convive un doppio cristianesimo. C’è l’amore veterotestamentario, quello di Jahvè, possessivo, geloso, iracondo, che punisce e poi inonda di grazia, che abbandona “per un breve istante” e poi raccoglie “con immensa compassione”. È l’amore di cui parla Isaia, e Di Grado lo ritrova intatto nelle tempeste coniugali di Tolstoj e Sof’ja Andreevna.

E poi c’è l’altro amore, quello evangelico. Ed è qui che il libro diventa più audace e più bello.

Con una pagina memorabile, Di Grado ci porta in casa del fariseo Simone, dove irrompe la peccatrice che lava i piedi di Gesù con le lacrime e li asciuga con i capelli. La tesi di Di Grado è netta: la correttezza morale e intellettuale dei farisei – i progressisti, i colti, ipolitically correctdi allora e di oggi – è il vero ostacolo al Vangelo. Gesù, ci ricorda, non cercava i giusti ma “la feccia, i dannati”, prostitute, ladri, collaborazionisti e terroristi.

Un’idea che Di Grado collega con un’intuizione cinematografica spiazzante: Bess deLe onde del destinodi Lars von Trier come riscrittura al femminile della Passione, prostituta per amore, emarginata dalla Chiesa ma assunta in un cielo di campane invisibili. È l’Evangelo secondo Maddalena.

In mezzo a questo arco teologico, Nataša.

Quando Andréj Bolkonskij la guarda, scrive Tolstoj, non sente più “la poetica e misteriosa dolcezza del desiderio”, ma una “pesante, e pur lieta coscienza del dovere che lo legava eternamente a lei”. È il passaggio dall’innamoramento all’amore maturo, responsabile, quello che – dice Di Grado con grande onestà umana – ci mette alla prova perché ci costringe a riversare sull’altro tutto il rimosso che al mondo risparmiamo.

È un libro che ha il coraggio di dire che amore è anche quello che finisce, che tradisce, che ha rabbia e rancore, e che persino la bestemmia dell’ateo è “amore deluso e impotente per Dio”.

Sovrabbondanza, direbbe, di amore, viluppo inestricabile di purezza e furore.

Prosa ricchissima, colta senza essere algida, piena di slanci lirici e di impertinenze critiche. Si sente che Di Grado ama Tolstoj come si ama una persona di famiglia: perdonandogli tutto il suo patriarcale, possessivo, vendicativo, perché sa che alla fine sarà “Colui che si disse suo figlio” a umanizzarne la sacralità.

Un saggio breve che si legge come un romanzo d’amore, anzi come un trattato d’amore.

Ci fermiamo qui, alla voce amore. Non perché il libro finisca qui, e sarebbe un peccato spoilerarlo, ma perché è qui che Di Grado pianta il seme di tutto.

È un libro che merita di diventare quello che Proust chiamava unlivre de chevet, un libro da comodino. Non da leggere e riporre, ma da tenere vicino e riaprire a caso, quando si ha bisogno di ricordarsi che amore è anche quello che tradisce, che ha rabbia e rancore, e che persino chi bestemmia Dio, in fondo, lo fa perché ha ancora bisogno di Lui.

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