Il libro: Viola Di Grado ci costringe a guardare

da|21 Luglio 2026|Libri

Ci sono libri che ti colpiscono e basta, che ti lasciano il segno per un pomeriggio e poi svaniscono, e poi ci sono libri che ti sbattono per terra con una violenza sorda, ti si siedono sopra senza chiederti il permesso e ti costringono a fissare il soffitto per ore, finché in quelle crepe che ti passano sopra la testa non cominci a riconoscere le tue, finché non capisci che quella casa che ti crolla addosso è costruita con gli stessi mattoni con cui hai costruito anche tu la tua vita, ed è proprio da quel punto di crepa, da quel punto di resa, che comincia: “Non uccidere di Viola Di Grado. Questo mondo non è casa”.

Viola prende il sesto comandamento, quello che tutti conosciamo a memoria, “non uccidere”, e lo svuota completamente, lo rigira come si fa con un guanto vecchio, e quando lo apre dentro non trova Dio e non trova morale, trova appartamenti a Milano alle tre di notte con le tapparelle abbassate, trova studi di psicoanalisi che sanno di whiskey lasciato a metà nel bicchiere e di pelle che non ha dormito, e trova soprattutto una ragazza che per non morire da bambina si è inventata un’amica, e quell’amica è cresciuta con lei fino a diventare più vera della realtà.

All’inizio hai l’impressione di stare leggendo il diario di Guido, e Guido è giovane, è brillante, è analista, ed è soprattutto arrabbiato con il mondo intero e ancora di più con se stesso perché non riesce a salvarlo, e ti parla di Beatrice come si parla di un vaso che si è rotto in mille pezzi e non sai più da dove cominciare a raccoglierli, e ti parla di Linda come si parla di un caso clinico che doveva restare sulla carta e invece ti è entrato sotto pelle, ti ha scavato dentro, ti ha cambiato il respiro. Guido beve per non pensare, giudica per non sentirsi in colpa, scappa dalle stanze e dalle persone perché ha paura di restare, e tu gli credi parola per parola perché la sua voce è la voce di chi si racconta addosso solo per non impazzire, di chi mette nero su bianco la propria disfatta sperando che l’inchiostro tenga insieme i pezzi.

Poi a un certo punto la voce si spezza di netto, perché il diario non è più suo, perché qualcuno è entrato nel suo studio per “eliminare le prove”, e da quel momento entra lei, entra Linda con tutto il suo silenzio e con tutto il rumore che porta dentro, e con Linda entra un freddo che non c’entra niente con la paura, è un freddo più profondo, è il freddo che arriva dopo, quando il corpo ha già capito che nessuno sta venendo a salvarti e quindi smette anche di aspettare.

Linda non prega, Linda quando la paura le sale alla gola “immagina”, e quando immagina con abbastanza forza, con abbastanza disperazione, arriva Dalì. Dalì non è una diagnosi da manuale, non è un’allucinazione da mettere tra parentesi, Dalì è un patto di sopravvivenza che una bambina ha firmato da sola in una stanza buia, è la madre che non c’era mai, è la mano che colpisce al posto tuo quando le tue sono troppo piccole, è l’unica amicizia che non ti ha mai tradita in tutta la tua vita, ed è per questo che è insieme dolcissima e mostruosa, ed è per questo che è assolutamente necessaria.

La scena nello studio è scritta senza compiacimento, senza una goccia di sangue sprecata, c’è soltanto il busto di Freud che si stacca lentamente dal suo piedistallo e cade, c’è il rumore sordo di un corpo che tocca un pavimento di fine Ottocento, e poi c’è un silenzio così denso che ti viene da trattenere il fiato per non romperlo. Ed è dentro quel silenzio che ti arriva addosso come un pugno la frase più spaventosa dell’intero libro, quella dove si dice: “Ho pensato di chiamare l’ambulanza. L’ho quasi fatto. Ma non era giusto”, e lì capisci con una chiarezza brutale che non stiamo parlando di crudeltà, stiamo parlando di assenza, stiamo parlando di un cuore che è diventato una finestra chiusa e di un dolore altrui che si è trasformato in semplice rumore di traffico, e lì anche tu che leggi ti senti sporco, ti senti complice, perché ti accorgi che non riesci a condannarla fino in fondo.

La lingua di Viola è una lama e una nenia allo stesso tempo, perché alterna frasi corte, secche, che ti arrivano come schiaffi, a periodi lunghissimi che ti cullano mentre ti stanno raccontando l’irreparabile, e non ti concede mai né redenzione né giustizia, ti mostra soltanto persone che hanno fatto del male perché prima ne avevano subito troppo, ti mostra analisti che hanno abusato del potere che avrebbero dovuto usare per curare, ti mostra pazienti che hanno ucciso per non essere uccise a loro volta, ti mostra amori che finiscono nello sciacquone perché nessuno gli ha mai insegnato come si fa a tenerli in vita.

E alla fine, quando ormai pensi di aver capito tutto, trovi il diario nascosto sotto le fotografie di una bambina, e capisci con un brivido che per tutto il tempo non stavi leggendo una storia, stavi leggendo delle prove, e che girando quelle pagine sei diventato testimone anche tu, che ora anche tu porti una responsabilità.

“Non uccidere” quindi non parla soltanto di omicidi, parla di tutte le volte in cui nella vita uccidiamo una parte di noi stessi per poter andare avanti, uccidiamo la fiducia perché ci ha fatto male, uccidiamo l’amore perché ci ha delusi, uccidiamo la parola perché nessuno ci ha ascoltati, uccidiamo il padre usando la sua stessa arma perché è l’unica che conosciamo.

Chiudi il libro e ti resta addosso l’odore dell’alcol e della paura trattenuta a denti stretti, e ti resta soprattutto una domanda che non ha una risposta pulita, una domanda che ti scava: se anche a te, per salvarti, ti nascesse dentro una Dalì, avresti il coraggio di lasciarla fare?

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