Pubblicato da Adelphi nel 2020 ma scritto nel 1986, I baffi di Emmanuel Carrère è un congegno letterario perfetto e spietato. Un romanzo breve che sotto la pelle di un aneddoto quasi ridicolo nasconde un trattato sull’identità, sulla percezione altrui e sulla fragilità delle fondamenta su cui costruiamo il nostro io. È Borges che incontra Kafka in un appartamento borghese di Parigi.
La trama è disarmante nella sua semplicità. Un uomo qualunque, uno di noi, decide di compiere un gesto minimo di eversione quotidiana: tagliarsi i baffi che porta da sempre. Lo fa per gioco, per sorprendere la moglie, per godersi lo stupore degli amici. Si immagina la scena: lo sguardo perplesso, la battuta, la risata liberatoria. Uno scherzo innocuo, una parentesi.
E invece l’incubo comincia proprio lì, nel mancato riconoscimento. Né la moglie Agnès né i colleghi né gli amici più intimi registrano il cambiamento. Peggio: negano con naturalezza agghiacciante che quei baffi siano mai esistiti. «Ma quali baffi?», gli dicono. E il mondo, che fino a un attimo prima era solido, si inclina.
Da quel momento Carrère innesta una spirale discendente che ha la precisione di un teorema. Il protagonista passa dallo sconcerto all’irritazione, dal sospetto di una beffa collettiva al terrore puro. È vittima di un complotto? Sta impazzendo? È stato colpito da un male che gli cancella i ricordi e riscrive il reale? Come direbbe Pirandello, «la vita o la si vive o la si scrive», ma qui il protagonista non può fare né l’una né l’altra cosa, perché la sua vita gli viene contestata frase dopo frase.
La scrittura di Carrère è chirurgica. Fredda, limpida, senza un aggettivo di troppo. Eppure sotto quella superficie glaciale ribolle l’angoscia. Ci costringe a seguire quest’uomo nella sua fuga: prima da Parigi, poi da se stesso, in un crescendo di paranoia lucida che ricorda lo sdoppiamento di Dostoevskij nel :’Il Sosia’. Cerca prove, cerca appigli, cerca una foto, una testimonianza che lo ancori a ciò che credeva di essere. Non trova nulla. Il reale si sfalda e lui con esso.
L’epilogo è necessario, brutale, quasi dovuto. Non c’è catarsi, non c’è redenzione. C’è solo l’ultima, logica conseguenza di un’identità negata dagli altri e quindi, inevitabilmente, da sé.
I baffi è un libro particolare e surreale che fa esattamente ciò che la grande letteratura deve fare: non dare risposte. Carrère dissemina indizi, prospetta ipotesi, apre porte su stanze buie, ma si guarda bene dal chiudere il cerchio. Lascia il lettore esattamente dove voleva portarlo: davanti allo specchio, con le stesse domande dell’inizio e un’inquietudine nuova. Il dopo è tutto nostro. Spetta alla nostra immaginazione decidere se quei baffi c’erano o non c’erano, e cosa significa vivere in un mondo dove la realtà è solo un accordo tra sguardi.
Un piccolo classico del perturbante moderno. Centocinquanta pagine che bastano a insinuare il dubbio che, forse, anche noi siamo solo la versione che gli altri hanno deciso di vedere.
Stefania Lo Piparo


