Il libro: Bloomsday, “16 Giugno” | “Ulisse” di James Joyce

da | 16 Marzo 2026 | Libri

Leggere “Ulisse” è come addentrarsi in un labirinto di specchi, dove ogni riflessione è un abisso di senso e ogni pensiero un dedalo di possibilità. Joyce ha scelto un giorno qualunque, il 16 giugno 1904, e lo ha trasformato in un microcosmo di vita, un universo in miniatura dove ogni gesto, ogni parola, ogni pensiero è carico di significato.

La struttura del romanzo è il vero protagonista dell’opera. Joyce muta registro a ogni capitolo, creando un caleidoscopio di stili e linguaggi che ci sfida a seguirlo in un viaggio attraverso le profondità dell’animo umano.

Gianni Celati, il traduttore e letterato che ha reso leggibile “Ulisse” in italiano, lo definisce un “magnifico induttore di visioni”, capace di creare un’immagine nitida e plausibile del frenetico lavorio degli umani sensi, pensieri e percezioni. Questa impresa monumentale, considerata da più parti esclusivamente materia da specialisti, si rivela invece un viaggio affascinante e complesso, un labirinto dedaleo di ragionamenti e vaneggiamenti che ci conduce per strade e bettole di Dublino, al fianco dei protagonisti.

Essendo una lettrice accanita, mi sentivo pronta per questo viaggio, per questo giro di un solo giorno attraverso le 900 pagine di “Ulisse”. Eppure, lo sperimentalismo e l’ermeneutica pura di Joyce hanno sfiorato solo parzialmente le corde del mio serio interesse letterario, narrativo, linguistico e annosamente anglofilo, lasciandomi con la sensazione di aver solo scalfito la superficie di un universo umano complesso e profondo.

Un universo che il mio autore prediletto, Marcel Proust, ha esplorato nei suoi sette volumi di “Alla ricerca del tempo perduto” e Joyce ha condensato in un solo romanzo, un miracolo di stile e di linguaggio che ci sfida a seguirlo nei suoi registri diversi, nei suoi esercizi di stile mirabolanti, alcuni dei quali rimangono oggettivamente inaccessibili e impenetrabili.

Eppure, nonostante la mia rivelata e riconosciuta inadeguatezza, mi sento comunque di brindare al mastodontico lavoro svolto da tutti: da Joyce per primo, ovviamente; da Celati – che lo ha reso leggibile in italiano – per secondo; e mi permetto anche un piccolo plauso a me stessa, per l’impegno nell’aver intrapreso percorsi preparatori, tempi e modalità per riuscire a carpire e a godere di tutto ciò che mi si è reso accessibile. Un viaggio che, nonostante le difficoltà, vale la pena di intraprendere, per la bellezza e la complessità che ci offre.

Stefania Lo Piparo

Stefania Lo Piparo

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