Ravelstein: un tributo all’amicizia

da | 10 Novembre 2025 | Attualità, Libri

La luminescente figura di Saul Bellow, premio Nobel per la letteratura nel 1976, si staglia come un faro nella letteratura americana del Novecento. Le sue opere, un vasto e variegato panorama di introspezione psicologica e di critica culturale, ci offrono una visione profonda e sfaccettata della condizione umana, con un focus particolare sulla vita urbana americana e l’esperienza ebraico-americana. La sua scrittura, un delicato equilibrio di introspezione e di ironia, è caratterizzata da una profonda comprensione dell’animo umano e dalle sue complessità.

Ravelstein, una delle ultime fatiche del grande scrittore, è un romanzo che si presenta come un tributo alla memoria di un amico caro, Allan Bloom, filosofo e autore del formidabile saggio “La chiusura della mente americana”. Il protagonista, Abe Ravelstein, è un ritratto di Bloom, un intellettuale dalle mille sfaccettature, un docente di filosofia politica che ha raggiunto la fama e la ricchezza grazie al successo planetario di un suo libro. La storia della genesi del romanzo è legata alla promessa che Bloom fece a Bellow di scrivere una biografia dopo la sua morte, promessa che Bellow mantenne con questo romanzo.

Il racconto è costruito come un dialogo tra il narratore, uno scrittore di successo di nome Chick, e il protagonista che gli chiede di scrivere la sua biografia. La narrazione si snoda tra alberghi di lusso a Parigi, un appartamento di Chicago, l’Ospedale dove il protagonista viene ricoverato, ovviamente i campus universitari, e si arricchisce di digressioni sull’Olocausto e riferimenti a Platone, Socrate, Rousseau, Macchiavelli che formano la trama con cui Ravelstein legge il presente.

Forse nella parte finale la scrittura si appesantisce, ma la prima parte del romanzo è formidabile, nitida e giocosa; aver scritto quelle prime 150 pagine per Bellow dev’essere stato un vero spasso. Ravelstein appartiene alla categoria degli Stoner e dei Pnin, una categoria immaginaria di docenti universitari americani che escono dai canoni, incarnano veri outsider e in virtù delle loro idiosincrasie assurgono a vette di somma intelligenza, di assoluta comicità e cristallino disincanto, e di drammatica tenerezza.

Come diceva Bellow, “Se c’è una cosa di cui sono sicuro è che questo mondo non basta di certo, e se non c’è altro se lo possono riprendere tutto intero”. Queste parole riecheggiano nella mente del lettore come un mantra, un richiamo alla profondità e alla complessità della condizione umana. La sua storia è anche una riflessione sulla sofferenza e la morte, e sulla lezione più importante che si può trasmettere: “La sofferenza è forse l’unico mezzo valido per rompere il sonno dello spirito”. Una lezione che riecheggia nelle parole di Bellow, quando dice che “la paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini”.

Un romanzo che è un testamento alla vita, alla cultura e alla ragione, e che ci ricorda che, nonostante tutto, la speranza è sempre possibile. ‘L’uomo che si annoia fa più strada degli altri. Ti rispettano, quando ti annoi’. La relazione tra Bellow e Bloom era molto stretta, tanto che scelsero di abitare in due case adiacenti a Chicago, per poter stare insieme dalla mattina alla sera. Questo romanzo è un tributo a quella amicizia e alla profonda influenza che Bloom ebbe sulla vita e l’opera di Bellow.

Stefania Lo Piparo

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