Il libro: “Le voci che non fanno rumore” di Milena Bonvissuto e Angelo Ianniello | Recensione e intervista

da | 13 Aprile 2026 | Libri

di Isabella Lopardi

Le voci che non fanno rumore: un romanzo corale

Uomo e donna: due realtà complementari. Insieme, intessono un coro a cappella, senza la musica. Perché dove ti alzi a toccare il soffitto io ti sorreggo da terra e quando io mi protendo tu mi aiuti a sporgermi. E in quest’ottica non c’è prepotenza o sopraffazione, non c’è sottrazione d’importanza: divento il piedistallo di qualcosa di bello. Io mi nobilito, come Vuoto di questo Pieno. Dove ci sono due voci, tante voci si aggiungono. Nella filosofia cinese e nel Taoismo in particolare Yin e Yang sono due forze opposte. Sono complementari e interdipendenti: la luce e l’ombra, il maschile e il femminile, l’attività e la quiete. Si attraggono, si bilanciano continuamente nell’universo e sono interconnesse, poiché si aiutano a esistere l’una con l’altra. Nessuna di esse può esistere senza l’altra. Anche la sottomissione è un gioco, finché non diventa sopraffazione e finché è opera di persone intelligenti. Quando c’è prepotenza, quando la ferita non è soltanto un segno del rossetto, allora siamo in tutt’altro scenario e c’è qualcosa di sbagliato. Per questo, dovrebbe essere sufficiente un “no” come risposta.

Qualcosa di sbagliato nella sopraffazione: la storia di Elena

Elena non è un’eccezione, è un’eco. La sua vita è diventata una partitura di respiri trattenuti e passi misurati, un’esistenza giocata sul filo sottile tra la premura che protegge e il controllo che schiaccia. In questo romanzo, la violenza non è un urlo improvviso, ma una nebbia persistente che oscura i confini del sé, trasformando la casa da porto sicuro a labirinto di specchi deformanti. Questo racconto è stato scritto a quattro mani, da un uomo e una donna. Si tratta dell’unione di due sguardi che si intrecciano, per scavare oltre la superficie del dolore. Non è solo la cronaca di una caduta, ma un potente manifesto di auto-mutuo aiuto: un dialogo narrativo nato per scuotere chiunque si senta prigioniero di un’ombra, offrendo non solo una storia in cui rispecchiarsi, ma una bussola per ritrovare la strada. Perché il prigioniero è da solo, non ha complementarità.

Dopo aver letto, combattiamo la violenza

Il percorso di Elena, da riflesso stanco a voce di un coro sovversivo, culmina in un gesto concreto di speranza. Il libro si conclude con un elenco dettagliato di contatti e centri antiviolenza, che accompagna il lettore alla fine del volume. È la promessa finale che il viaggio verso la libertà non va percorso in solitudine, trasformando la lettura in un primo, fondamentale atto di liberazione. Perché chi ti ama conosce i confini. Le voci che non fanno rumore è un testo fresco di stampa: è uscito il 16 marzo 2026, Independently published ed è stato scritto da Milena Bonvissuto e Angelo Ianniello. Li ho raggiunti e intervistati: nel testo che segue hanno continuato il dialogo a due voci.

Un racconto a quattro mani: come si è svolto il lavoro?

Il nostro lavoro a quattro mani è nato quasi per caso. Abbiamo iniziato confrontandoci sullo schema delle parole, sulle emozioni e sulle ferite che volevamo raccontare, su ciò che volevamo trasmettere. Da lì, la scrittura è diventata un dialogo continuo: a volte uno di noi tracciava la strada, altre volte l’altro la completava, ci siamo concessi libertà, fiducia e contaminazione. Il testo è cresciuto così, come un corpo unico con due cuori che battono in tempi diversi, ma con lo stesso ritmo emotivo.

La violenza domestica, da una prospettiva inusuale: a chi si deve il ritratto della protagonista? Come la definireste?

Il ritratto della protagonista nasce dall’incontro delle nostre sensibilità e da tutto ciò che sentivamo in tv. Uno di noi ha portato la sua fragilità, l’altro la sua capacità di osservare le crepe invisibili. Elena è il risultato di questo incrocio: una donna che non urla, che non si ribella platealmente, ma che porta addosso una forza silenziosa. Io la definirei una presenza sospesa: non vittima passiva, ma creatura intrappolata in un equilibrio precario, che cerca di non spezzarsi mentre tutto intorno a lei tenta di piegarla.

Elena vive in punta di piedi, in un mondo che la schiaccia. Sopravvive? E se sì, come?

Sì, Elena sopravvive. Sopravvive grazie ai piccoli gesti che la tengono ancorata a sé stessa: un respiro trattenuto, un pensiero che non osa dire, un ricordo che la scalda. Sopravvive perché, anche se non lo sa, dentro di lei c’è una forza che non si lascia annientare. La sua è una sopravvivenza fatta di sottrazione: si fa piccola per non oscurare il marito narcisista, si fa leggera per non disturbare, si fa silenziosa per non provocare. Ma proprio in quel silenzio si prepara, lentamente, la possibilità di un risveglio.

“Prigionieri di un’ombra”: ci sono persone da salvare? Qual è il prossimo passo?

Sì, ci sono persone da salvare. L’ombra della violenza è impalpabile, ma lascia segni profondi. Il testo vuole essere un filo teso verso chi vive in quella penombra: un invito a riconoscersi, a non sentirsi sola, a cercare una mano che possa afferrarla. Il prossimo passo è rompere il silenzio. Rendere visibile ciò che spesso resta nascosto. Dare voce a chi non riesce a parlare. E soprattutto indicare strade concrete: i centri antiviolenza, le reti di supporto, le persone che possono trasformare la paura in possibilità. Non possiamo ingannare l’ombra, ma possiamo illuminare chi ci cammina dentro. Ecco perché abbiamo messo dentro numeri utili, con una dedica.

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