di Ida Serena Fragale
Ogni volta che accade un fatto grave che coinvolge adolescenti, scuole o famiglie, il dibattito pubblico dura qualche giorno. Ci indigniamo, cerchiamo un colpevole rapido, produciamo slogan, invochiamo più regole, più controlli, più punizioni. Poi tutto si richiude. Fino alla cronaca successiva.
Eppure la sensazione, sempre più forte, è che stiamo continuando a osservare le conseguenze senza avere il coraggio di guardare davvero le strutture relazionali che le producono.
Perché nessun ragazzo cresce nel vuoto.
Nessuna famiglia vive nel vuoto.
E nemmeno i docenti arrivano a scuola vuoti.
È una frase che continuo a pensare ogni volta che entro in classe.
E più passano gli anni, più mi accorgo che dentro la scuola facciamo finta di dimenticarcene. Forse perché ricordarlo davvero obbligherebbe tutti noi a cambiare modo di guardare le cose.
Quando un ragazzo entra in aula, non entra mai soltanto lui.
Entrano insieme il modo in cui è stato “guardato” a casa, le parole che ha “sentito” ripetere per anni, le tensioni “respirate” senza capirle fino in fondo, le paure, le assenze, le aspettative.
Entrano i modelli relazionali che ha imparato osservando gli adulti.
Entrano perfino i silenzi.
E io lo “sento” senza che lui apra bocca.
Noi insegnanti, però, siamo stati abituati a leggere soprattutto il comportamento visibile. Quello che disturba la lezione. Quello che interrompe. Quello che “non collabora”. Così diciamo: “È maleducato.”
“Non ascolta.” “Vuole attirare l’attenzione.”
“Non ha interesse.” Ma raramente ci fermiamo a chiederci che cosa stiamo vedendo davvero. Perché certi comportamenti non nascono nel vuoto.
Non si materializzano improvvisamente tra il banco e la lavagna alle otto e cinque del mattino dopo l’appello.
Hanno sempre una storia dietro.
E quella storia, molto spesso, parla di relazioni.
Dietro ogni studente c’è una famiglia.
E anche le famiglie non arrivano vuote.
Arrivano con la loro educazione ricevuta, con le fragilità che non hanno mai avuto il tempo, la capacità o la possibilità di affrontare, con divorzi, con fatiche economiche, emotive, relazionali. Arrivano con paure enormi che spesso si trasformano in iperprotezione, conflitto o sfiducia verso la scuola.
E credo che su questo punto servirebbe finalmente un po’ di onestà collettiva.
La genitorialità è una delle esperienze più complesse che esistano.
Eppure continuiamo a trattarla come se fosse qualcosa che venga automaticamente naturale.
Come se bastasse amare un figlio per possedere anche tutti gli strumenti necessari ad accompagnarlo nella crescita.
Non è così.
Essere genitori oggi è difficilissimo.
Molto più difficile di quanto tanti abbiano il coraggio di ammettere
Per questo continuo a chiedermi se non sia arrivato il momento di affrontare seriamente un tema che viene sempre sfiorato sottovoce, quasi con paura: la necessità di percorsi di accompagnamento alla genitorialità, soprattutto davanti a situazioni reiterate e manifeste di disagio.
Occhio, non parlo di punizioni per le famiglie
Non immagino classifiche di “buoni” e “cattivi” genitori. Sarebbe una deriva terribile e anche profondamente ingiusta in cui anche io sarei messa a giudizio.
Parlo piuttosto della possibilità di costruire spazi di sostegno reale. Luoghi in cui le famiglie possano essere aiutate senza sentirsi umiliate. Perché troppo spesso interveniamo sui ragazzi senza occuparci del contesto relazionale dentro cui quei ragazzi stanno crescendo.
E mentre rifletto su questo, mi accorgo che c’è un altro enorme equivoco dentro la scuola contemporanea.
L’idea che i docenti debbano essere sempre emotivamente disponibili, regolati, presenti, pazienti, accoglienti, capaci di contenere tutto. Sempre.
Come se anche loro arrivassero a scuola vuoti.
Ma i docenti non arrivano vuoti.
Entrano in classe con problemi personali, stanchezza, lutti, separazioni, ansia, senso di inadeguatezza, preoccupazioni economiche, affaticamento emotivo. E nonostante questo trascorrono giornate intere dentro relazioni ad altissima intensità umana.
Perché insegnare non significa semplicemente spiegare contenuti.
Significa reggere continuamente tensioni relazionali.
Significa entrare in aule dove a volte trovi rabbia, provocazione, chiusura, sfiducia. Significa gestire famiglie che non sempre riconoscono alla scuola un ruolo educativo, ma che sempre più spesso chiedono soprattutto performance, risultati, programmi svolti, risposte immediate.
E lentamente il docente rischia di trasformarsi in una figura che deve produrre contenuti senza poter più essere davvero presenza educativa.
È una frattura enorme.
E credo che fingere di non vederla stia diventando pericoloso.
Per questo faccio fatica quando sento proporre come soluzione l’ennesimo “corso sull’empatia” destinato agli insegnanti. Non perché l’empatia non sia importante. Lo è eccome. Ma perché spesso ho l’impressione che si continui a caricare i docenti di ulteriori richieste emotive senza costruire attorno a loro nessuna vera struttura di sostegno.
Forse il punto non è spiegare ancora ai professori che devono comprendere gli studenti.
Forse il punto è iniziare finalmente a comprendere anche i professori.
Quindi mi domando se non sia arrivato il momento di pensare seriamente alla presenza stabile, dentro le scuole, di figure altamente competenti sul piano psicologico e relazionale. Professionisti capaci di accompagnare studenti, famiglie e docenti senza trasformare tutto in un meccanismo ispettivo o giudicante.
Perché questo è un punto delicatissimo.
Il docente non deve sentirsi osservato come un sospetto da monitorare.
Non deve percepire l’idea quale quella di essere “sotto esame”.
La presa in carico che immagino è un’altra cosa.
È un sistema che riconosce quanto possa essere usurante stare ogni giorno dentro relazioni educative complesse. Un sistema che smette di considerare normale il sovraccarico emotivo permanente di chi lavora nella scuola.
Perché la verità è che oggi tutti sembrano stanchi.
Gli studenti.
Le famiglie.
I docenti.
E forse una parte del problema nasce proprio dal fatto che continuiamo a pretendere che ciascuno regga tutto da solo.
Nel frattempo la scuola viene schiacciata sempre di più dentro una funzione puramente prestazionale. Si chiedono risultati, competenze, programmi, verifiche. Ma educare un essere umano non è una procedura tecnica.
Richiede presenza.
Tempo.
Strutture sane.
Adulti sufficientemente stabili da poter reggere la complessità degli altri.
E nessuno, davvero nessuno, può farlo bene completamente da solo.
Ida Serena Fragale | ALRE
https://www.facebook.com/idaserena.fragale


