La Rossa non entra qui: Villa Valguarnera, roccaforte dell’infanzia

da | 15 Giugno 2026 | Cinema, Libri, Serie TV

In una Sicilia trasfigurata dall’apocalisse, il mondo degli adulti è cenere. Li ha falciati La Rossa, morbo implacabile che risparmia soltanto l’infanzia, concedendole una tregua breve quanto crudele: immune sì, ma solo fino alla soglia della pubertà.

In questo teatro di rovine e di leggi disfatte, cammina Anna. Quattordici anni e un giuramento cucito addosso: custodire Astor, il fratellino, ultimo frammento di famiglia. Lo tiene celato nel podere che fu casa, seguendo l’inchiostro sbiadito di un quaderno: le istruzioni che la madre, prima di spegnersi, ha lasciato come mappa per sopravvivere al vuoto.

Ma il vuoto ha denti. E un giorno i Blu, orda di fanciulli inselvatichiti, strappano Astor alla sua ombra e lo trascinano nel loro regno: Villa Valguarnera. L’antica dimora barocca, svuotata del suo tempo, diventa fortezza e altare di un’infanzia senza dio, le sue corti circolari echeggiano di urla, le pareti si vestono di bombolette e di riti feroci.

Anna allora si fa viaggio. Attraversa un’isola desolata che odora di sale e di fine, sfida tribù, insidie, la paura che cresce insieme al corpo. Si insinua tra i marmi violati della villa, ritrova Astor, lo strappa a quel trono di bambini-re.

E fugge. Verso lo Stretto, verso l’acqua che separa e promette. Perché oltre Messina, forse, respira ancora un adulto. Forse, sul continente, esiste una cura. Forse, la speranza non è morta: ha solo cambiato riva.

Anna e Valguarnera: quando un nome diventa destino e una pietra diventa carne. C’è qualcosa di stregato nel caso. Di ostinato. Di necessario. Chiamare Anna una serie che si abbarbica a Villa Valguarnera è come incidere due volte lo stesso nome sulla corteccia del tempo: una volta nel 1712, per mano di Anna Gravina, principessa vedova che volle una reggia; una volta oggi, per mano di Ammaniti, che in quella reggia ha messo a nudo l’infanzia sopravvissuta. Non è location. È sortilegio. La storia ama le simmetrie che feriscono. Villa Valguarnera nasce dal volere di un’Anna e si completa sotto il segno di Maria Anna Valguarnera, le cui iniziali intrecciate vigilano ancora sui cancelli come un sigillo. Secoli dopo, un’altra Anna varca quella soglia: bambina, sola, furiosa di vita. La finzione non cita la realtà.

La eredita. Come un cognome che non scegli ma che ti sceglie. Ammaniti non cerca un fondale: cerca un corpo. E trova la corte circolare di Valguarnera, le ali curve come braccia spalancate, i saloni che il Settecento volle eterni. Li consegna ai Blu, li lascia imbrattare di bombolette, li fa tremare di urla infantili. Così il barocco smette di essere polvere e si fa respiro affannato. La bellezza non è salvata: è assediata. E proprio per questo, resiste.

Ogni crepa diventa una trincea. Nella serie, Villa Valguarnera è l’ultimo altare di una civiltà collassata: i bambini vi proteggono ciò che resta del bello, del giusto, dell’umano. Nella realtà, quella stessa villa è un miracolo laico: sopravvissuta al sacco di Bagheria, all’oblio, alla speculazione. Salvata dalla tenacia di donne che portano nomi da romanzo: Dacia Maraini, che lì ha imparato l’infanzia e la parola; Vittoria Alliata di Villafranca, che per decenni ha combattuto carte, incuria e cemento per strapparla al nulla. Ammaniti non ha scelto Valguarnera per l’estetica.

L’ha scelta per l’anima. Perché questa villa sa cosa significa essere assediata e non arrendersi. Sa cosa significa tenere in piedi un’idea di bellezza quando tutto urla che è inutile. È pietra che ha imparato a sanguinare. E a restare. Anna non è girata a Villa Valguarnera. Anna accade a Villa Valguarnera. Come un destino che si ripete. Come una promessa mantenuta tre secoli dopo. Guardarla nella serie è vederla per la prima volta: non più monumento ma testimone.

Non più set, ma madre. E se la bellezza deve avere un rifugio, che sia questo: arroccata, feroce, viva. Anna è una favola nera, un dramma post-apocalittico che usa il linguaggio del mito per parlare di infanzia, perdita e resistenza. Non è fantascienza da blockbuster. È Sicilia trasfigurata, è barocco insanguinato, è Ammaniti che scava nel dolore con la grazia crudele di chi conosce le favole.

La serie, in sei episodi, è disponibile su Sky Atlantic e in streaming su NOW. È tratta dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti, pubblicato da Einaudi Stile Libero Big. È finzione, certo. Una finzione che però inciampa nella Storia, la sveglia, e le chiede di tornare viva.

Guardatela se cercate bellezza che non consola ma interroga. Se volete vedere cosa succede quando un nome diventa destino, e una pietra impara a respirare.

Stefania Lo Piparo

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