Il teatro dell’uomo davanti al sublime

da | 01 Luglio 2026 | Arte, Eventi, Mostre, Pittura

Io lo guardo e mi viene da sorridere, e subito dopo da stare in silenzio. Thomas Bossard, nato a Poitiers nel 1971, pittore francese attivo a Tolosa, ha passato anni come scenografo al Théâtre du Capitole. E si vede. Ogni sua tela è un palcoscenico, non dipinge soggetti: mette in scena.

Nei suoi oli, dal taglio teatrale e ironico, l’uomo diventa minuscolo. Piccolo, goffo, comico, di fronte a qualcosa che lo supera. È questo che Bossard esplora con ostinazione poetica: la nostra insignificanza su larga scala.
Utilizza il museo come ribalta.
La serie che amo di più è quella dei Musei e del Mondo dell’Arte. Qui Bossard ci mostra nel rapporto più intimo e impacciato con la bellezza.
In _Claude Monet_, 2026, siamo all’Orangerie di Parigi. Le _Ninfee_ riempiono tutta la tela, verdi, liquide, immense. Davanti a loro, noi. Una coppia che passa col bassotto al guinzaglio, di fretta. Un uomo solo, fermo, che guarda. Siamo comparse nel nostro stesso spettacolo. Il capolavoro ci ingloba e noi facciamo altro: camminiamo, commentiamo, fotografiamo.
E poi c’è _Fin de journée_, 2023. Una panca rossa, una folla stanca di visitatori.

Tutti girati verso una tempesta dipinta, un naufragio romantico alla Gericault. Sopra di loro, il mare in burrasca. Sotto, loro: chi dorme, chi si sporge, chi fa selfie col telefono alzato. Il dramma è lì, monumentale. L’uomo, invece, è distratto, stanco, umano. Troppo umano.
Sta dietro le quinte dell’esistenza; da ex scenografo, Bossard conosce il teatro anche dietro il sipario. Ritrarre l’opera, i musicisti, i camerini, i pasticci. Con un’ironia che ricorda Sempé, ci fa vedere che anche l’arte alta inciampa, che anche il sublime ha i suoi imprevisti.
E nei _Quadri Narrativi_ tutto diventa favola naïf con un fondo psicologico che graffia: _Don’t Open the Birdcage_, _Why Didn’t You Finish Your Plate?_. Il bizzarro si mescola al figurativo, e ti lascia una domanda addosso.
Quello che mi tocca è il fatto che la critica parla spesso dei suoi omaggi ai maestri: Rembrandt, Vermeer, Velázquez, rivisitati con un’ironia che non è presa in giro, ma tenerezza. E dei suoi personaggi surannati: chef impacciati, borghesi bizzarri, orchestrali fuori tempo. Figure senza tempo, specchi della nostra fragilità.
Io ci vedo questo: Bossard non ride di noi. Ci guarda con compassione, ci mette davanti al sublime e ci lascia fare i conti con la nostra piccolezza. E in quella piccolezza c’è qualcosa di commovente. Perché siamo goffi, sì, ma siamo anche lì, a guardare, a tentare.
I suoi quadri non urlano. Fanno teatro, e in quel teatro, alla fine, ci riconosco.

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