Il mestiere di dimenticarti di Davide Uria (in uscita il 17 ottobre 2025 su Amazon) è un libro che va ben oltre i confini della poesia lirica tradizionale. È un trattato esistenziale travestito da raccolta poetica, un atlante del dolore che non si limita a nominare la ferita, ma la analizza, la misura, la viviseziona come fosse materia concreta.
Fin dalla Prefazione appare chiaro il progetto: «Ogni poesia diventa gesto di scavo, ricerca chirurgica di un senso nascosto. L’assenza si fa materia concreta: reperti emotivi, reliquie di un culto mai celebrato». Uria non si colloca nel sentimentalismo della perdita, ma nella sua trascrizione minuziosa, quasi scientifica.
La raccolta si articola in sei sezioni, sei stazioni di un percorso che somiglia a una via crucis interiore. Architettura emotiva è il cantiere fragile dove si tenta di costruire con materiali instabili: «Costruisco architetture che crollano in silenzio, / archi che non reggono più la tua immagine». I sentimenti diventano geometrie provvisorie, disegni che scricchiolano sotto il peso dell’invisibile.
Segue Fisica delle fratture, la sezione del collasso. Qui il dolore è una scossa sismica, una faglia che attraversa l’animo: «Il mio cuore si stratifica come una roccia, / pietra calcarea che si frammenta al contatto». Uria evoca una mineralogia del sentimento: il cuore stesso si fa materia geologica, con strati, faglie e fratture.
Con Archeologia domestica gli oggetti diventano reliquie: «Scavo nei detriti dei giorni comuni, / frugo tra gli scontrini, le chiavi, le briciole. / Ogni oggetto si fa reliquia, / residuo di un culto mai celebrato». La poesia diventa museo dell’assenza: le cose comuni, private della loro funzione, sopravvivono come fossili della memoria.
La quarta sezione, Semiotica del silenzio, è forse la più radicale. Uria tenta di dare grammatica a ciò che resta non detto: «Ogni pronome è un rischio, / ogni verbo è imperfetto». Il silenzio diventa lingua autonoma, un codice cifrato che custodisce più verità delle parole.
In Sovraesposizione e frequenze il dolore si manifesta come dissonanza: vite che non si sintonizzano, luci troppo forti che accecano. «La tua mancanza non è buio: / è una luce sbagliata, / che mostra le crepe». È lo svelamento delle imperfezioni sotto una luce impietosa.
Infine, Chirurgia della fine: il bisturi della scrittura incide il ricordo, separa ciò che non può più essere. «Ora guarisco a strati, / ma sotto i punti / la pelle non si chiude». La poesia diventa cartella clinica, referto, operazione chirurgica sulla memoria: fredda, asettica, ma necessaria.
Il merito di Uria è di unire precisione clinica e vibrazione lirica. Ogni immagine porta con sé una verità filosofica: l’assenza come presenza rovesciata, il silenzio come linguaggio, l’invisibile come peso reale. Il mestiere di dimenticarti interroga non solo l’amore e la perdita, ma la natura stessa del ricordare e del dimenticare. Non consola, ma accompagna. Non promette guarigioni, ma mostra la possibilità di abitare la frattura, di trasformare la mancanza in linguaggio, l’assenza in forma, il dolore in canto.
È un libro che invita alla lentezza, alla profondità, all’ascolto: un atto poetico e insieme politico. Alla fine resta la sensazione che dimenticare non sia annullamento, ma trasformazione: «Forse, in questo mestiere di dimenticarti, non si tratta di cancellare: il dolore si fa memoria, l’assenza si fa gesto».
Prima ancora che raccolta di poesie, Il mestiere di dimenticarti è un atto di resistenza. Contro l’oblio rapido e superficiale, contro la tentazione di ridurre il dolore a un incidente marginale da voltare in fretta. Uria offre un diario intimo che diventa, pagina dopo pagina, meditazione universale sull’arte della perdita e sulla sua lenta elaborazione.
Il titolo stesso rivela l’ambivalenza del gesto poetico: dimenticare non è fatalità, ma pratica ostinata, lavoro quotidiano, disciplina interiore. La poesia non si limita a dare voce all’emozione, ma diventa strumento conoscitivo, linguaggio capace di nominare l’invisibile, di rendere leggibile ciò che sfugge. Le sei sezioni evocano un lessico scientifico e tecnico: ordine nel caos, mappe laddove l’esperienza sembra dissolversi.
Uria maneggia il dolore con precisione analitica senza cedere alla sterilità. Ogni verso nasce da una tensione tra la necessità di ordinare e catalogare l’invisibile e il bisogno di restituire dignità all’emozione nuda. Termini come “chirurgia”, “sismografia”, “meccanica” richiamano una dimensione materiale, palpabile.
La poesia diventa atto terapeutico, ma non consolatorio. Non cancella, non anestetizza: trasforma. Il dolore si fa linguaggio e, così, smette di essere puro caos. Non guarisce, ma si lascia abitare. Non dissolve, ma si lascia attraversare. L’assenza non è vuoto sterile, ma presenza rovesciata, geometria invisibile che continua a occupare spazio.
C’è in questo libro una riflessione implicita sulla funzione stessa della poesia oggi: resistere alla logica dello “scrolla e vai avanti”, affermare che fragilità, mancanza, silenzio meritano ascolto e spazio. Ma Il mestiere di dimenticarti non racconta solo la fine di un amore. È testimonianza di un percorso: imparare a riconoscere i propri limiti, negoziare con l’assenza, scoprire che dimenticare non significa cancellare, ma trasformare. La scrittura diventa disciplina quotidiana, esercizio di costanza, fede nel lavoro lento delle parole.
Alla fine, ciò che resta non è vuoto, ma la percezione che il dolore, pur non sparendo, può mutare natura. La perdita diventa occasione di conoscenza, il silenzio grembo generativo, l’assenza spazio abitabile.
Con Il mestiere di dimenticarti, Davide Uria si iscrive nella tradizione della poesia che non si limita a raccontare, ma si fa strumento di conoscenza e luogo di metamorfosi. Una raccolta che chiede lentezza e ascolto, offrendo in cambio profondità, rigore e verità: non guarigioni facili, ma la compagnia di una voce che ha attraversato la frattura e ha trovato, attraverso la musica segreta dei versi, la propria via di trasformazione.
Nota:
Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di Mobmagazine.it.
L’Articolo è stato inviato da Sara Corri sulla piattaforma del sito ufficiale di mobmagazine.it.

