Recensione di Alessandro Orofino per Segnalazioni Letterarie
Innanzitutto, partiamo con il riconoscere che la scrittura è meravigliosa! Mai didascalica, mai supponente, sempre creativa. Di quelle capaci di scandagliare l’intera lingua italiana pur di impacchettare la frase più sincera, la parola più precisa, la veste grammaticale migliore. Una scrittura bella, nel senso pieno del termine, in cui i dialoghi sono praticamente assenti, senza per questo infierire sull’esperienza di lettura. Se non è poesia, non è neppure solamente prosa.

Questa è, senza ombra di dubbio, la presentazione più dovuta per l’ultimo vincitore del LXXIX Premio Strega: “L’anniversario” di Andrea Bajani. Di per sé, l’aver conquistato il podio del più importante concorso italiano non rappresenta un marchio di qualità. Anzi. Negli ultimi anni, a parte qualche eccezione, si è visto premiare di tutto, probabilmente in ossequio ad una logica di amichettismo che trova ampi margini di manovra nel mondo lottizzato dell’editoria. Ma in questo caso possiamo parlare di una bella eccezione, a cominciare dalla forma, certo. Soffermandoci, però, anche sulla sostanza.
Di ciò dobbiamo esserne ragionevolmente sicuri. Sì perché questo è un libro che, in apparenza, si presenta come la solita genuflessione al trend distopico del momento, che vuole l’uomo ridotto all’inflazionatissimo stereotipo del violento, del burbero, del manipolatore. Insomma, una storia – l’ennesima! – sul patriarcato, dove c’è il classico orco cattivo che tiranneggia sugli altri; una trama di quelle che fanno vendere, che mandano in visibilio le femministe e che catturano le simpatie di molti lettori (che guarda un po’, sono prevalentemente donne!) e di altrettante giurie concorsuali. Giacchè l’importante è che non ci sia nulla di nuovo sotto il sole, sia mai che si scriva qualcosa che esca fuori dal seminato, che provi a portare avanti una narrazione diversa, una variazione sul tema rispetto a quello abitualmente accettato. Ma in realtà c’è di più.
A guardarlo con occhi differenti, questo libro ci parla in maniera più ampia, la sua riflessione, sotto forma di racconto autobiografico, si fa più impegnativa e per questo meno soggetta ai clichè ideologici del momento. Sebbene a dominare la scena sia, in effetti, la figura minacciosa di un padre-padrone, la cui famiglia vive sotto lo scacco delle sue regole ferree e dei suoi scatti di rabbia, chi troneggia davvero in ogni rigo dell’opera è l’ombra silente della madre. Della quale Bajani traccia un profilo ingeneroso, che quasi la fa odiare, per quanto la stessa possa sembrare soltanto la povera vittima di un sistema di potere parecchio più grande di lei. Sapete cosa ne esce fuori invece? L’immagine di una donna colpevolmente passiva, tragicamente remissiva, capace di ferire (e tanto!) più con la sua assenza che con la sua presenza, più con la parola strozzata che con quella pronunciata. Una donna patologicamente piatta, a prescindere dal marito, che non attribuisce nessun peso all’esistenza, di cui non comprende il senso, l’intensità, le mille sfumature. Ma che la considera alla stessa stregua della morte: qualcosa che capita, un incidente di percorso, nulla di più, niente per la quale valga davvero spendersi, accalorarsi, investire. Che sia la sua, di vita, o quella dei propri figli, poco importa.
Ecco che in questa famiglia tossica, costruita su un rapporto impari, eppure funzionale alla tragedia di tutti, dove il controcanto della violenza paterna è l’inconsistenza materna, l’Autore rivive i propri traumi, la propria inconciliabilità con una realtà domestica alimentata da imposizioni e apatie. La prepotenza del padre non è più solo una cellula impazzita, cancerogena, che sfugge alle leggi organiche della vita: è invece espressione piena e conseguenza diretta di quella vacuità della madre, senza la quale non potrebbe manifestarsi. Paradossalmente il dispotismo del padre nasce, per gemmazione, dai rari momenti di rivalsa e dai troppi di rinuncia della madre, un fantasma che, in finale, uccide nell’ombra.
L’opera di Bajani, è bene ripeterlo, non scade nei soliti luoghi comuni (sebbene il rischio si sia corso in alcune pagine), incardinati nel perimetro dell’uomo cattivo e della donna buona; al contrario li aggira trovando, nel proprio percorso di auto-analisi, anche ulteriori fattori alla base di quelle asimmetrie familiari raccontate nel libro e che albergano in tantissime altre famiglie, nonostante le apparenze e le ipocrisie della società italiana. In questo modo diverso di raccontare il proprio dramma personale è la sua salvezza: nello svitare le fin troppo facili conclusioni, le visioni manichee che vogliono il mondo o bianco o nero, per arrivare a considerare i due protagonisti assoluti del libro – il padre e la madre – non solo due vittime. Ma anche due carnefici, ciascuno a modo loro.
Non si è trattato di un’operazione facile, né tantomeno indolore. È stata piuttosto una presa di coscienza, un atto di onestà intellettuale di cui “L’anniversario” si è fatto traghettatore: un testo sicuramente non di evasione, bensì un agglomerato di pagine scritte per ragionare, per interrogarsi e, all’occorrenza, anche per puntare il dito contro chi, nella propria fragilità, trova ogni volta un alibi per non intervenire mai. Lasciando agli altri l’onere di provvedere. E quando ciò non è possibile, di dover scappare lontano.
Alessandro Orofino


Il libro:
Andrea Bajani, “L’anniversario”, Feltrinelli, 2025
