“Frammenti di vita. Dieci lettere in cerca di un mittente” di Alessandra Esposito, pubblicato da SBS Edizioni, raccoglie dieci lettere che trasformano l’intimità della scrittura in un confronto aperto con la memoria e con l’altro.
La forma epistolare diventa dispositivo narrativo e riflessivo: scandisce tempi, voci e distanze, portando in primo piano temi come la cura della parola, il non detto e la possibilità di ricomporre i frammenti dell’esperienza. L’autrice sarà a Più libri più liberi per incontrare il pubblico e firmare le copie allo stand SBS Edizioni G05 dal 4 all’8 dicembre; presentazione venerdì 5 dicembre alle 14:30 in Sala Nettuno.
Qual è l’innesco che ha portato a concepire dieci lettere e non un’altra forma narrativa?
È partito tutto da storie vere: aneddoti, confessioni, frammenti di vita che i lettori del mio primo libro mi hanno consegnato dopo la lettura. Potevo farne racconti o un memoir corale, ma ho scelto la lettera: così quelle vicende smettevano di essere “storie degli altri” e diventavano spazio condiviso, più universale. La forma epistolare mi ha permesso di togliere il superfluo biografico, custodire il nucleo emotivo e offrire al lettore non solo un’occasione per ritrovarsi o capire, ma anche uno spunto d’azione: prendere un foglio, scrivere un “Caro/a…”, e lasciare che la propria storia cominci, o ricominci, da lì.
Come sono stati definiti mittenti e destinatari, e quale ordine ha guidato la sequenza del libro?
Mittenti e destinatari nascono da storie vere, come anticipavo, quindi sono reali; ma li tengo anche sospesi, perché ogni lettore possa ritrovarsi dentro quel “tu” senza sentirsi ospite in casa d’altri. Per la sequenza ho seguito i dieci temi già accennati nel mio primo libro formando un ciclo: si parte dal gesto che apre tutto (la penna, la memoria, il silenzio), poi si entra nelle stanze dove l’emozione brucia di più (maternità, mare, amore, tradimento) e si chiude con il congedo. Così l’ordine non è cronologico, ma di avvicinamento: prima si accorda la voce, poi si attraversano i legami, infine si lascia andare.
In che modo la dimensione autobiografica dialoga con quella universale senza sovrapporsi?
Scelgo il concreto per aprire lo spazio dell’universale: un oggetto, un gesto, una frase non detta, un evento di vita.. Tiro via il superfluo biografico e tengo i nuclei emotivi come la gratitudine, la mancanza, la promessa, la cura, perché lì chi legge possa riconoscersi. L’“io” non si impone: fa da soglia. E il “tu” non è solo una persona: è un posto, un tempo, un confine. Così la pagina resta radicata nella mia esperienza ma non vi si esaurisce; diventa un invito: “entra, se vuoi, e chiamalo con il tuo nome”.
Che ruolo hanno stile e ritmo nella tenuta emotiva delle lettere e nel loro impatto sul lettore?
Per me stile e ritmo sono soprattutto un corpo che parla. La scrittura nasce di getto, spontanea ed emotiva: il cuore detta, la mano diventa il suo prosieguo e la penna scivola sulla carta senza chiedere permesso. Il ritmo è lento e meditativo, fatto di pause che tengono; a tratti però si fa incalzante, quando l’urgenza bussa, e accetto anche una ripetizione intenzionale: non per ridondanza, ma per tornare al centro e fissare un respiro. La punteggiatura è personale: mentre scrivo le lettere è come se parlassi; virgole, trattini e sospensioni seguono il mio fiato più che una regola accademica. Voglio che chi legge senta la voce, le esitazioni, gli scarti di tono. Così il lettore può lasciarsi andare, leggere e rileggere la stessa lettera, farla sua, leggerla con il cuore. Ogni pagina, infine, è un invito concreto: prendersi un tempo, prendere un foglio, e continuare la storia con la propria mano.
Se dovesse scegliere una lettera per la presentazione del 5 dicembre, quale selezionerebbe e per quale motivo?
Sceglierei “Gli occhi – lettera a te, che non sai di me, o almeno credo”.
È una lettera narrata dallo sguardo di un uomo che, ogni giorno, osserva una donna e, senza mai invaderla, immagina lei e la loro possibile storia. Mi piace perché accende una cosa semplice e preziosa: il permesso di sognare nella vita di tutti i giorni. Quel guardare discreto,un dettaglio dell’abito, un gesto, un’andatura,diventa un racconto in potenza; e il lettore è invitato a entrarci con la propria fantasia, a riempire i vuoti, a chiedersi “e se…?”. La sceglierei perché parla dell’energia gentile che ci mantiene vivi nella quotidianità: la capacità di fantasticare senza possedere, di dare un nome alla tenerezza che nasce da lontano. “Gli occhi” non spiega: mostra. E, mostrandosi, ricorda che a volte basta uno sguardo per rimettere in moto il desiderio di scrivere, di amare, di ricominciare.

