Ciao Giuseppe, benvenuto e grazie per aver accettato il nostro invito. Come ti vuoi presentare ai nostri lettori che volessero sapere di te quale scrittore?
Buongiorno. Sono un romanziere. Prediligo i romanzi storici e generalmente scrivo in prima persona, immedesimandomi nel protagonista della trama.
Chi è invece Giuseppe Bresciani al di là della sua passione per la scrittura, per la letteratura e la lettura? Cosa puoi raccontarci di te e della tua quotidianità?
Sono un ex imprenditore umanista e nel corso della mia vita, ricca di avvenimenti e per certi aspetti avventurosa, non ho mai perso di vista le mie tre passioni: viaggiare, leggere e scrivere. La mia quotidianità comprende questi tre aspetti della vita, cui aggiungerei gli affetti familiari, il mio amore per gli animali e la passione calcistica.
Qual è il tuo percorso accademico, formativo, professionale ed esperienziale che hai seguito e che ti ha portato a fare quello che fai oggi nel vestire i panni dello scrittore e del poeta?
Ho fatto il Liceo Classico e mi sono laureato in Lettere Moderne. Le esperienze che ho fatto nel campo della comunicazione sono alla base della mia esperienza come scrittore. Ho iniziato a scrivere a tempo pieno nel 2010, dopo un soggiorno di tre mesi in Afghanistan.
Come nasce la tua passione per scrittura, per la lettura e per i libri? Chi sono stati i tuoi maestri e quali gli autori che da questo punto di vista ti hanno segnato e insegnato ad amare i libri, le storie da scrivere e raccontare, la lettura e la scrittura?
La mia passione per la scrittura è innata. Quando ero piccolo volevo fare l’archeologo ma poi corressi il tiro e decisi che da grande avrei fatto lo scrittore. Ci sono voluti 30 anni perché il mio sogno si concretizzasse. In questo arco di tempo ho letto migliaia di libri. Sono debitore di molti grandi autori, per lo più i grandi romanzieri dell’Ottocento e i grandi scrittori della prima metà del Novecento, su tutti Proust e Thomas Mann. Ma anche Hesse, Steinbeck ed Hemingway. Ho i miei libri preferiti, fra cui “Le memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar e “Moby Dick” di Melville. Mi piace molto Irene Némirovsky. Fra gli scrittori italiani prediligo Pirandello, Gadda, Landolfi, Buzzati, Flaiano, Calvino e Bufalino.
Ci parli del tuo libro, “L’uomo che pesò l’eternità”, pubblicato nel 2025? Come nasce, qual è l’ispirazione che l’ha generato, quale il messaggio che vuoi che arrivi al lettore, quale le storie che ci racconti senza ovviamente fare spoiler?
È un romanzo difficile da classificare: storico, filosofico e intimista nello stesso tempo. Racconta la storia di un uomo straordinario – il conte di Saint Germain – che nel 1940, all’età di 246 anni, decide di raccontare la sua vicenda umana a un pubblico inanimato, le statue del Pincio. L’ispirazione mi è venuta dal fatto che amo scrivere i libri che vorrei leggere ma non esistono. Nessuno aveva mai scritto finora la storia romanzata del famoso alchimista e avventuriero che si dice abbia vinto la morte. Mi ha sedotto l’idea di calarmi nei suoi panni e compiere un viaggio esistenziale avvincente e avventuroso.
Chi sono i destinatari che hai immaginato mentre lo scrivevi?
Ho pensato a un pubblico non comune, un lettore curioso e colto, amante delle storie che ti trascinano all’interno e ti coinvolgono. Ma anche un lettore che possa apprezzare la prosa raffinata ed elegante. Infine, quelli che in un libro cercano risposte, per lo più legate al senso della vita. Il romanzo, infatti, tratta anche temi esoterici.
Tu hai scritto altri libri. Ci parli delle tue opere? Quali sono, come sono nate, quale il messaggio che contengono? Insomma, raccontaci della tua attività letteraria, dei romanzi.
Ho esordito con “L’inferno chiamato Afghanistan”, il racconto del mio soggiorno in Afghanistan, dove ho vissuto come osservatore, sfidando i rischi e i pericoli senza godere della protezione che l’Esercito garantiva agli inviati speciali dei giornali e delle televisioni. Poi ho scritto e pubblicato “Il cantico del pesce persico”, una raccolta di dieci racconti ambientati sul Lago di Como. La mia terza opera si intitola “Le infinite ragioni” ed è un romanzo intimista, una sorta di autodafé che racconta gli ultimi due anni e mezzo della vita di Leonardo da Vinci, esule in Francia alla corte del re Francesco I. La quarta opera è “Il cavaliere del fiordo”, un romanzo storico ambientato nel Medioevo. I miei romanzi hanno un comune denominatore. I protagonisti sono figure inquiete, nobili d’animo, costantemente alla ricerca del senso della vita e sedotti della bellezza.
Una domanda difficile: perché i nostri lettori dovrebbero comprare “L’uomo che pesò l’eternità” o gli altri tuoi libri? Prova a incuriosirli perché vadano in libreria o nei portali online per acquistarlo.
Forse perché i miei romanzi arricchiscono il lettore sotto tutti i punti di vista. Sono scritti con un linguaggio mai banale. Sono formativi e ricchi di riflessioni e insegnamenti morali. Il lettore si innamora dei miei personaggi, dei dialoghi profondi, della descrizione accurata e affascinante degli ambienti. Qualcuno ha scritto che non mi limito a scrivere ma dipingo e suono. L’uomo che pesò l’eternità, in particolare, è una sorta di sinfonia nel cui spartito si raccontano due secoli e mezzo di storia dell’umanità. Il tratto dominante è l’armonia. Il lettore viene coinvolto da variazioni e spunti che lo tengono in tensione fino all’ultima pagina.
C’è qualcuno che vuoi ringraziare che ti ha aiutato a realizzare le tue opere letterarie? Se sì, chi sono queste persone e perché le ringrazi pubblicamente?
Sono riconoscente a mia moglie, una ninfa Egeria che sta dietro le quinte e mi sprona, mi induce a fare sempre meglio, mi sostiene. La mia fortuna è che è una lettrice cronica. Sa valutare la qualità di un testo, di un intreccio, di un dialogo. Perciò è di grande aiuto e trovo giusto ringraziarla per le sue critiche costruttive e il suo ruolo di musa ispiratrice.
«… mi sono trovato più volte a riflettere sul concetto di bellezza, e mi sono accorto che potrei benissimo (…) ripetere in proposito quanto rispondeva Agostino alla domanda su cosa fosse il tempo: “Se nessuno me lo chiede, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so.”» (Umberto Eco, “La bellezza”, GEDI gruppo editoriale ed., 2021, pp. 5-6). Per te cos’è la bellezza? La bellezza letteraria, della poesia e della scrittura in particolare, la bellezza nell’arte, nella cultura, nella conoscenza… Prova a definire la bellezza dal tuo punto di vista. Come si fa a riconoscere la bellezza secondo te?
La bellezza è lo stato di grazia, riscontrabile in un testo, un brano musicale, un dipinto ma anche in un paesaggio o in un momento, che accarezza l’anima e ci fa capire che abbiamo le ali. E per quanto queste ali siano sottili e invisibili, ci permettono di vibrare sulla stessa lunghezza d’onda del creato e ci fanno capire che siamo fatti della stessa sostanza del sommo Creatore.
«Appartengo a quella categoria di persone che ritiene che ogni azione debba essere portata a termine. Non mi sono mai chiesto se dovevo affrontare o no un certo problema, ma solo come affrontarlo.» (Giovanni Falcone, “Cose di cosa nostra”, VII ed., Rizzoli libri spa, Milano, 2016, p. 25 | I edizione 1991). Tu a quale categoria di persone appartieni, volendo rimanere nelle parole di Giovanni Falcone? Sei una persona che punta un obiettivo e cerca in tutti i modi di raggiungerlo con determinazione e impegno, oppure pensi che conti molto il fato e la fortuna per avere successo nella vita e nelle cose che si fanno, al di là dei talenti posseduti e dell’impegno e della disciplina che mettiamo in quello che facciamo?
Sono convinto che l’uomo sia fabbro del proprio destino. E sono certo che l’abnegazione e la fatica, la perseveranza e la crescita personale siano la conditio sine qua non per raggiungere gli obiettivi esistenziali. Ma sono anche dell’idea che il vero obiettivo deve essere il viaggio non la meta. Il successo, nella vita, non è la cosa primaria. Il vero traguardo è il merito e la qualità del ricordo che lasceremo.
«La lettura di buoni libri è una conversazione con i migliori uomini dei secoli passati che ne sono stati gli autori, anzi come una conversazione meditata, nella quale essi ci rivelano i loro pensieri migliori» (René Descartes in “Il discorso del metodo”, Leida, 1637). Qualche secolo dopo Marcel Proust dice invece che: «La lettura, al contrario della conversazione, consiste, per ciascuno di noi, nel ricevere un pensiero nella solitudine, continuando cioè a godere dei poteri intellettuali che abbiamo quando siamo soli con noi stessi e che invece la conversazione vanifica, a poter essere stimolati, a lavorare su noi stessi nel pieno possesso delle nostre facoltà spirituali. (…) Ogni lettore, quando legge, legge sé stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in sé stesso.» (Marcel Proust, in “Sur la lecture”, pubblicato su “La Renaissance Latine”, 15 giugno 1905 | In italiano, Marcel Proust, “Del piacere di leggere”, Passigli ed., Firenze-Antella, 1998, p.30). Tu cosa ne pensi in proposito? Cos’è oggi leggere un libro? È davvero una conversazione con chi lo ha scritto, come dice Cartesio, oppure è “ricevere un pensiero nella solitudine”, ovvero, “leggere sé stessi” come dice Proust? Dicci il tuo pensiero…
Credo che leggere un buon libro significhi entrare in relazione con l’autore e non importa se costui è vivo o è morto qualche secolo fa. Esiste un filo sottile di energia che ci porta a leggere Cervantes piuttosto che Celine, Conrad invece di Sartre. C’è un richiamo, una sorta di convocazione. Noi non siamo consapevoli di cosa determini l’attrazione verso un testo filosofico piuttosto che un thriller o un romanzo d’amore. Ma la nostra anima lo sa. Non scegliamo casualmente i libri che ci nutrono. E oggi, considerata la fragilità e la confusione dell’essere umano, che fatica a compiere un balzo evolutivo pari a quello del progresso, è quanto mai fondamentale leggere. Leggere i buoni libri, i grandi libri, per conversare con i giganti del passato (ma non solo) che possono aiutarci a capire la metamorfosi antropologica in atto.
«Non mi preoccupo di cosa sia o meno una poesia, di cosa sia un romanzo. Li scrivo e basta… i casi sono due: o funzionano o non funzionano. Non sono preoccupato con: “Questa è una poesia, questo è un romanzo, questa è una scarpa, questo è un guanto”. Lo butto giù e questo è quanto. Io la penso così.» (Ben Pleasants, The Free Press Symposium: Conversations with Charles Bukowski, “Los Angeles Free Press”, October 31-November 6, 1975, pp. 14-16.) Secondo te perché un romanzo, un libro, una raccolta di poesie abbia successo è più importante la storia (quello che si narra) o come è scritta (il linguaggio utilizzato più o meno originale, armonico, musicale, accattivante per chi legge), volendo rimanere nel concetto di Bukowski?
Per quanto mi riguarda, i due fattori sono complementari e imprescindibili. Non riuscirei a raccontare una storia se non in maniera accurata, direi sopraffina, comunque mettendoci dentro la mia cultura, la mia esperienza, la mia sensibilità. Detesto i libri banali, insulsi, scritti male. Allontanano i lettori. Io cerco di attirarli con storie originali scritte con un linguaggio affabulatorio.
«Io vivo in una specie di fornace di affetti, amori, desideri, invenzioni, creazioni, attività e sogni. Non posso descrivere la mia vita in base ai fatti perché l’estasi non risiede nei fatti, in quello che succede o in quello che faccio, ma in ciò che viene suscitato in me e in ciò che viene creato grazie a tutto questo… Quello che voglio dire è che vivo una realtà al tempo stesso fisica e metafisica…» (Anaïs Nin, “Fuoco” in “Diari d’amore” terzo volume, 1986). Cosa pensi di queste parole della grandissima scrittrice Anaïs Nin? E quanto l’amore e i sentimenti così poderosi sono importanti per te e incidono nella tua scrittura, nella tua arte e nel tuo lavoro?
Se queste bellissime parole non le avesse scritte Anaïs Nin, una scrittrice di cui apprezzo l’opera, le farei mie. Forgio i miei libri in una fucina dove il fuoco trasforma i miei sentimenti, sublima le mie emozioni, realizza i miei sogni, genera le mie invenzioni e gratifica non solo ma la mia sfera umana ma anche quella spirituale.
«Lasciate che vi dia un suggerimento pratico: la letteratura, la vera letteratura, non dev’essere ingurgitata come una sorta di pozione che può far bene al cuore o al cervello – il cervello, lo stomaco dell’anima. La letteratura dev’essere presa e fatta a pezzetti, sminuzzata, schiacciata – allora il suo squisito aroma lo si potrà fiutare nell’incavo del palmo della mano, la potrete sgranocchiare e rollare sulla lingua con gusto; allora, e solo allora, il suo sapore raro sarà apprezzato per il suo autentico calore e le parti spezzate e schiacciate si ricomporranno nella vostra mente e schiuderanno la bellezza di un’unità alla quale voi avrete dato qualcosa del vostro stesso sangue» (Vladimir Nabokov, “Lezioni di letteratura russa”, Adelphi ed., Milano, 2021). Cosa ne pensi delle parole di Nabokov a proposito della lettura? Come dev’essere letto un libro, secondo te, cercando di identificarsi liberamente con i protagonisti della storia, oppure, lasciarsi trascinare dalla scrittura, sminuzzarla nelle sue componenti, per poi riceverne una nuova e intima esperienza che poco ha a che fare con quella di chi l’ha scritta? Qual è la tua posizione in merito?
Rispondo come lettore. Ogni libro che ho letto ha fatto di me un lettore nuovo, diverso. Non c’è un modo univoco per leggere un bel libro. Mi è capitato di immedesimarmi nel personaggio di un romanzo come di osservarlo dall’esterno, con distacco. Ho provato indifferenza ma anche empatia. Ho letto lasciando che il racconto fluisse nella mia coscienza ma ho anche letto come se fossi un inquisitore, un boia pronto a giustiziare l’autore. Per mia fortuna, leggo (o rileggo) soprattutto i libri che hanno un posto importante nella letteratura mondiale, e ciò fa sì che mie letture siano quasi sempre felici e proficue. Quando leggo libri di autori contemporanei è come se prendessi posto su un vagoncino dell’otto volante. Non so se mi spiego, può capitare di tutto, di provare un senso di vertigine ma anche di avere conati di vomito.
Se per un momento dovessi pensare alle persone che ti hanno dato una mano, che ti hanno aiutato significativamente nella tua vita professionale e umana, soprattutto nei momenti di difficoltà e di insicurezza che avrai vissuto, che sono state determinanti per le tue scelte professionali e di vita portandoti a prendere quelle decisioni che ti hanno condotto dove sei oggi, a realizzare i tuoi sogni, a chi penseresti? Chi sono queste persone che ti senti di ringraziare pubblicamente in questa intervista, e perché proprio loro?
Sono un solitario. Non ho avuto maestri ma al massimo punti di riferimento. Se devo individuare le persone cui sono riconoscente, oltre a mia moglie vorrei citare i miei nonni materni. Erano persone umilissime ma ricche di valori umani e di quella saggezza che oggi latita in molti anziani. Aggiungerei gli “amici” non reali ma sempre presenti nella mia vita. I loro nomi? L’imperatore filosofo Marco Aurelio, Gesù, i cavalieri della Tavola Rotonda, Dante Alighieri, Leonardo da Vinci.
Gli autori e i libri che secondo te andrebbero letti assolutamente quali sono? Consiglia ai nostri lettori almeno tre libri da leggere nei prossimi mesi dicendoci il motivo della tua scelta.
La montagna incantata di Thomas Mann. Perché è un monumento.
Il deserto dei tartari di Dino Buzzati. Perché è magia pura.
Il vecchio e il mare di Ernst Hemingway. Perché è poesia senza tempo.
Ti andrebbe di consigliare ai nostri lettori tre film da vedere? E perché secondo te proprio questi?
“Highlander”, perché parla dell’immortalità, come il mio romanzo “L’uomo che pesò l’eternità” e mostra come l’immortalità sia un peso e non un beneficio.
“La Grande Bellezza” di Sorrentino. Perché è un omaggio straordinario a Roma.
“2001. Odissea nello spazio”. Forse il film più bello di sempre. Magnifico, imprescindibile, profetico.
Ci parli dei tuoi imminenti e prossimi impegni culturali e professionali, dei tuoi lavori in corso di realizzazione? A cosa stai lavorando in questo momento? In cosa sei impegnato che puoi raccontarci?
Sono un vulcano in fase eruttiva. Quest’anno, tra fine state e i primi di settembre, uscirò con un libro anomalo e inatteso che consacra la mia grande passione calcistica. Si intitola “Il cielo è sempre più blu. Il grande romanzo del calcio Como 1907”. È una sorta di parentesi letteraria perché ho in cantiere diversi romanzi tradizionali. Il prossimo alla pubblicazione è un romanzo molto originale ambientato nell’anno Mille. Sto lavorando anche a un romanzo intimista su Sant’Agostino e a uno su Dante. Per tacere di altri romanzi che ho nel cassetto di cui ho già realizzato l’editing.
Dove potranno seguirti i nostri lettori?
I lettori mi possono seguire sul mio profilo sulla mia pagina Facebook ma anche su Instagram e YouTube.
Come vuoi concludere questa chiacchierata e cosa vuoi dire a chi leggerà questa breve intervista?
Leggete. Leggete tanto e bene. Soprattutto se volete scrivere. E se volete leggere un romanzo che amerete e vi conforterà, non perdetevi “L’uomo che pesò l’eternità”. Un mio collega, lo scrittore Luca Arnaù, lo ha recensito spendendo parole preziose: “È un libro che si legge con lentezza, come si assapora un vino antico o una melodia lontana. E quando si chiude l’ultima pagina, ci si accorge che il viaggio non è finito: la storia torna a sé stessa, ricomincia, si ripete in eterno, proprio come l’ouroboros che rappresenta la vita che si divora e si rinnova. In un panorama editoriale spesso affollato di storie effimere, L’uomo che pesò l’eternità è un romanzo che osa parlare dell’infinito. E ci ricorda che ogni vita, per quanto breve, è un ciclo compiuto dentro un disegno più grande — quello dell’eterno ritorno delle cose.”


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Il libro:
Giuseppe Bresciani, “L’uomo che pesò l’eternità”, Altrevoci Ed., Lavagna, 2025
