In un’epoca remota, quando l’Europa era ancora avvolta nella sua sontuosa bellezza, Ingmar Bergman ci regala un film che è al tempo stesso una summa della sua arte e un testamento spirituale. “Fanny e Alexander” è un’opera cinematografica maestosa, un affresco familiare che si dipana come un romanzo ottocentesco, con i suoi personaggi complessi, le sue storie intrecciate e le sue profonde riflessioni sulla vita, l’arte e la morte.
La storia è ambientata nel 1907, in Svezia, dove la famiglia Ekdahl celebra il Natale nella casa della nonna Helena, un luogo dove la gioia e la creatività regnano sovrane. Ma la morte del padre, Oscar, direttore del teatro locale, sconvolge l’esistenza dei due bambini, Fanny e Alexander, che si ritrovano a dover affrontare la crude realtà della vita. La madre si lega a un nuovo compagno, il pastore protestante Vergérus, un uomo freddo e autoritario che incarna la repressione e la mancanza di empatia.
Il film è un viaggio attraverso la psiche umana, un’esplorazione profonda delle emozioni e dei desideri che animano gli esseri umani. Bergman ci mostra come la vita sia un palcoscenico dove recitiamo una parte, indossando maschere per nascondere le nostre vere emozioni. Ma è proprio in questo teatro della vita che possiamo trovare la libertà e la vera essenza di noi stessi.
La fotografia di Sven Nykvist è un capolavoro di sensibilità e di tecnica, con il rosso che rappresenta la vitalità e la passione, e il grigio che simboleggia l’oppressione e la tristezza. Gli oggetti assumono significati profondi: i giocattoli e il teatro delle marionette diventano simboli dell’innocenza perduta, mentre gli specchi riflettono la dualità dell’identità e la lotta tra il mondo reale e quello immaginario.
“Fanny e Alexander” rappresenta la perfetta chiusura del percorso autoriale di Bergman, che ci regala un’opera impregnata di note autobiografiche. Bergman infatti, ricostruì sul set con precisione e amore le stanze della casa di Uppsala e il loro contenuto come atto di riconoscenza per i luoghi dove riusciva ogni tanto a rifugiarsi durante la sua dolorosa infanzia. Alexander è chiaramente Bergman stesso, infatti il bambino sfuggirà spesso alla dolorosa realtà rifugiandosi nel teatro delle marionette e nei racconti fantastici. Il padre Oscar incarna il teatro, il vero elemento liberatorio per Bergman e viatico della sua arte. Invece il pastore Protestante Vergérus, con la sua cattiveria, rappresenta il vero padre di Bergman, quel padre-padrone che tanto lo oppresso e da cui non è mai riuscito a liberarsi del tutto.
Il film si configura come un arazzo narrativo, permettendo agli spettatori di esplorare diverse tematiche e sfumature, in particolare svelando un’analisi profonda sul significato del teatro come rappresentazione della vita stessa. Bergman ci mostra che indossiamo maschere sulla scena della vita, rivelando il coraggio necessario per viverla autenticamente nonostante il dolore.
Invito i lettori a guardare questo film, a perdersi nella sua bellezza e a riflettere sulla sua profondità. “Fanny e Alexander” è un’opera d’arte che continua a emozionare e a ispirare, un classico del cinema che non può essere ignorato.
Stefania Lo Piparo








