Bruxelles, l’opera nella città. Intervista a Christina Scheppelmann e Alain Altinoglu

da | 19 Aprile 2026 | Arte, Attualità, Musica, Teatro

di Giovanni Zambito

Alla Monnaie di Bruxelles è stata presentata la stagione di opera, danza, concertini ed eventi per il 2026-27. Ecco l’intervista di KOEN VAN CAEKENBERGHE a Christina Scheppelmann, Sovrintendente del Teatro e Alain Altinoglu, direttore musicale.

Perché avete scelto, attraverso questa doppia intervista, una presentazione comune della vostra stagione?

Christina Scheppelmann: Mi piacerebbe tanto che trovaste il tempo di ascoltare tutti i collaboratori della nostra casa mentre vi presentano le centinaia, se non migliaia, di piccoli e grandi preparativi già in corso per la nuova stagione. Perché voler appropriarsi del lavoro, “sono io”, “sei tu”? No: “è la Monnaie”! Siamo qui in 420 persone a far funzionare la casa, 420 persone responsabili del suo buon andamento. Io esercito la mia responsabilità di direttrice generale, e Alain è qui per svolgere il miglior lavoro sul piano musicale. Dirige due produzioni di punta tra le opere (Wozzeck e Boris Godunov) ed è il direttore musicale dell’orchestra, alla cui guida dirigerà inoltre sei concerti sinfonici e la finale del Concorso Regina Elisabetta.

Alain Altinoglu: Sono pienamente d’accordo con Christina: alla Monnaie, la stagione si costruisce in modo collettivo, ognuno portando il proprio contributo. Questa presentazione comune si è quindi imposta naturalmente, perché riflette la realtà del nostro lavoro. Nella mia responsabilità di direttore musicale, veglio sullo sviluppo delle forze musicali della casa, sulla qualità e sull’evoluzione dei cori e dell’orchestra. Questa attenzione alla coerenza e al lavoro condiviso si inserisce anche nell’esperienza che ho acquisito nel corso del mio percorso, durante il quale, come direttore ospite, ho potuto beneficiare del lavoro svolto dai miei colleghi.

Christina, Lei è arrivata a Bruxelles con la reputazione di un’intendente pragmatica, all’americana, ma presenta opere recenti con un forte contenuto etico, talvolta polemico, come la malattia di Alzheimer, le questioni di genere, il colonialismo…

Christina Scheppelmann: Si può essere pragmatici e parlare di temi sociali, non è incompatibile… Penso a Lucidity della compositrice americana Laura Kaminsky: il tema affrontato è quello della malattia di Alzheimer, particolarmente interessante perché non è “discriminante”, può colpire chiunque, in tutti gli ambienti. Penso anche a M. Butterfly del compositore sino-americano Huang Ruo, ispirato a un testo americano degli anni ’60 in cui si parla di transidentità. Oppure a Burmese Days di Prach Boondiskulchok, ispirato all’omonimo titolo di George Orwell, che affronta la questione del colonialismo. Ma, anche se attuali, questi temi non determinano tutta la nostra programmazione. Alcuni dei miei criteri sono più prosaici: guardo anche al passato e mi chiedo cosa abbia valore e non sia stato rappresentato da molto tempo (Romeo e Giulietta o Ariadne auf Naxos, per esempio, assenti dal cartellone rispettivamente dal 1959 e dal 1997), o addirittura mai (alcune lacune sono incredibili!). Mi preoccupo anche di diversificare i repertori – secondo epoche, paesi, tradizioni, scuole – e, cosa molto importante, di non “uccidere” musicisti e cantanti!

Alain Altinoglu: Un altro criterio fondamentale riguarda la realizzazione pratica di una stagione: se si pensa alla pianificazione tecnica, alla disponibilità delle persone, dei servizi, delle sale, e si aggiungono i vincoli di calendario, si tratta di un immenso gioco di domino da padroneggiare nello spazio e nel tempo.

Christina Scheppelmann: È la natura stessa del nostro mestiere: il livello di rischio è sempre al massimo, ed è proprio questo che ne fa la bellezza. È persino la condizione della bellezza. Una produzione riuscita è quella che riesce a controllare il maggior numero possibile di parametri, compreso il tempo, senza che la materialità del processo ostacoli la qualità poetica di ciò che viene offerto alla vista e all’ascolto. Si può andare oltre: una produzione riuscita è quella che riesce a trasformare tutta questa materialità in poesia.

Sempre nell’ambito dell’opera contemporanea e dei suoi legami con l’attualità: l’obiettivo non si limita al sostegno attivo alla creazione, ma mira più ampiamente a far emergere nuovi repertori…

Christina Scheppelmann: Sì, l’uno porta all’altro. Ma perché un’opera entri nel repertorio, non basta crearla: bisogna rappresentarla e riproporla, rinnovando le regie; senza questo processo di ripetizione e circolazione nei teatri d’opera, la nuova opera non ha alcuna possibilità di affermarsi. Guardate al passato: le prime de La traviata o di Carmen furono dei disastri. Se ci si fosse fermati lì, questi capolavori non avrebbero superato la prima fase e sarebbero stati abbandonati… È ciò che cercheremo di fare, in particolare con M. Butterfly e Lucidity: farle entrare in repertorio.

Alain Altinoglu: Aggiungerei che alcuni direttori d’opera tendono a cercare a tutti i costi la prima assoluta, l’esclusività, la novità, e sono restii alle riprese. Mostrare fiducia verso un’opera contemporanea poco conosciuta, riproporla, offrirle una nuova produzione: tutto ciò costituisce una vera scelta politica.

Riprendendo l’insieme della programmazione lirica, alcuni elementi saltano agli occhi. Innanzitutto, l’aumento del numero di produzioni (proponete nove opere, di cui due opere da camera) e di rappresentazioni (dai 59 spettacoli nel 2025-26 passerete a 72 della prossima stagione).

Christina Scheppelmann: Offrire al pubblico belga un accesso ricco e regolare all’opera resta la nostra priorità, anche in un periodo di vincoli di bilancio. Ci riusciamo proponendo serie più lunghe di una stessa produzione, riproponendo grandi successi come Cavalleria rusticana e Pagliacci, ed esplorando formati più intimi e compatti come le opere da camera. La coproduzione con i nostri partner europei ci permette di arricchire l’offerta condividendo le risorse. Questo approccio sostenibile è vantaggioso sia dal punto di vista economico sia ecologico. Così continuiamo a mantenere viva un’opera ambiziosa e accessibile, per tutte e tutti.

Altro dato: cinque delle sette produzioni nella Grande Sala saranno dirette da direttrici.

Christina Scheppelmann: Oh, è un po’ per caso. (Tutti ridono.)

Alain Altinoglu: Mi fa piacere che le mentalità siano molto cambiate rispetto a una ventina d’anni fa, quando la presenza di una donna sul podio poteva suscitare qualche derisione da parte di alcuni musicisti…

E Lei, Alain, sarà in compagnia di Wozzeck e di Boris

Alain Altinoglu: Sono due immensi capolavori, per i quali nutro un’ammirazione sconfinata e che ho sempre sognato di dirigere. Wozzeck, di Alban Berg, è un tesoro assoluto, intenso, commovente, al di là delle parole…

Christina Scheppelmann: Preciso che Wozzeck è una nuova produzione, con la regia di Christophe Coppens, per il quale nutro grande stima e che abbiamo seguito recentemente in Norma di Bellini, mentre Boris è una coproduzione con Lione, con la regia di Vasily Barkhatov, lo stesso che ha aperto l’ultima stagione di Milano con Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Šostakovič. Il lavoro di Barkhatov è molto elaborato, talvolta complesso, ma tutto è coerente e di un’intelligenza straordinaria.

Alain Altinoglu: In Boris Godunov, la musica di Musorgskij mi appare essenzialmente russa, per il suo carattere selvaggio e radicale, e in questo diversa da quella di Rimskij-Korsakov, più vicina allo spirito armonico occidentale – un’influenza che ritroverò dirigendo anche la Quarta sinfonia di Čajkovskij.

Il che ci porta alla vostra serie sinfonica…

Alain Altinoglu: È una programmazione molto libera, ma sempre legata a un’attualità, come il concerto d’apertura, collegato alla celebrazione dell’anniversario di Beethoven, con la sua celebre Quinta sinfonia, preceduta dal Quarto concerto per pianoforte con il magnifico pianista coreano Seong-Jin Cho come solista. Ma non tutto sarà così familiare! Avremo due concerti con la Lyrische Symphonie di Zemlinsky, di una bellezza struggente, ispirata alle poesie del premio Nobel indiano Rabindranath Tagore, che desideravo dirigere da tempo. Si aggiungeranno il concerto di Capodanno, in cui Un americano a Parigi di Gershwin si mescola all’universo della Gaîté parisienne di Offenbach, un programma sinfonico dai colori spagnoli e venezuelani, un concerto estivo per chiudere la stagione, e i concerti per le famiglie con Il flauto magico.

Spesso associati all’opera in scena, questi concerti permettono anche di moltiplicare gli incontri con il pubblico, di tutte le età – bambini, adolescenti, adulti – secondo formule adattate e molto vivaci. Questi incontri mi appassionano e sono molto aperto: mi sento pronto ad accogliere il maggior numero possibile di pubblici, anche “nuovi”!

Christina Scheppelmann: Alain, il Maestro solare!

Per tornare alla programmazione, la danza conferma il suo ritorno sulla scena della Monnaie.

Christina Scheppelmann: Sì! Ho invitato altri due straordinari coreografi, di livello internazionale e ben noti al pubblico belga: la tedesca Sasha Waltz e il belga Sidi Larbi Cherkaoui. Ritroveremo naturalmente anche Anne Teresa De Keersmaeker, di cui presenteremo una nuova creazione su musica di Philip Glass al Théâtre National Wallonie-Bruxelles, con cui proseguiamo il partenariato “Troika Dance”, che include naturalmente anche il KVS.

E i recital, in cui avete invitato solo star mondiali?

Christina Scheppelmann: Sì, era proprio quello che volevo, e ho voluto porre fine ai recital noiosi, statici, in cui almeno metà del pubblico non capisce nulla di ciò che viene cantato. Si può rinnovare il genere, con altre formule e altri repertori – per esempio Frank Sinatra con Lucio Gallo, il jazz con Marina Viotti, oppure musica folk e spiritual con Jeanine De Bique e Freddie Ballentine – e tanto meglio se, nel frattempo, si può restituire il suo posto al Winterreise di Schubert.

Alain Altinoglu: Che resta comunque musica meravigliosa! (Tutti ridono.)

Parliamo dell’importanza fondamentale della voce: quali sono i criteri di scelta degli interpreti e qual è la politica della Monnaie in materia di sensibilizzazione alla pratica del canto?

Christina Scheppelmann: Per me, la qualità della voce e della recitazione, e l’adeguatezza del tipo di voce al ruolo sono i principali criteri di scelta degli interpreti. Non esistono veri e propri “criteri magici”. Quanto alla sensibilizzazione al canto, penso sinceramente che questo ruolo spetti soprattutto alle scuole: non possiamo fare tutto… Tuttavia, la Monnaie è impegnata su più fronti, in particolare attraverso i cori di bambini, la MM Academy, il Coro Cassandra, il “Ponte tra due mondi”… quindi soprattutto nella pratica del canto corale. Cantare in un coro è una gioia e offre un’esperienza profonda; è anche un modo per sottolineare che l’arte del canto richiede un enorme lavoro per arrivare ai grandi palcoscenici.

E poi ci sono le scene più intime, come i Concertini…

Alain Altinoglu: Per me, questi concerti settimanali di musica da camera restano uno dei pilastri della nostra pratica musicale. È un lavoro artistico specifico e meticoloso che permette ai nostri musicisti di farsi conoscere dal pubblico, di conoscersi meglio tra loro e, di riflesso, di sviluppare ulteriormente la qualità dell’orchestra. Senza contare la bellezza dei repertori proposti.

Ultima domanda, che avrebbe potuto essere la prima e che racchiude tutte le altre: la Monnaie nella città? Una realtà?

Christina Scheppelmann: È la realtà che ispira tutto il nostro lavoro! E l’obiettivo non è più dimostrare che la Monnaie è aperta alla città e al pubblico, ma farlo sapere. Apriamo davvero le porte. Mentre parliamo, decine di studenti occupano liberamente i nostri spazi e vi lavorano. Le nostre attività rivolte a scuole, giovani e comunità coinvolgono quasi 40.000 persone.

Alain Altinoglu: Christina ed io, ma anche tutti i nostri colleghi alla Monnaie, siamo dei mediatori tra la città e l’opera, così come io stesso, in quanto direttore, sono un mediatore tra il compositore e il pubblico…

Christina Scheppelmann: Ho fatto collocare immagini della sala tra le colonne della facciata, che dicono: “Sì, qui succede qualcosa, a cui il pubblico è invitato.” La Monnaie non è solo un frontone con colonne, è un teatro d’opera. E La traviata non è una marca di pizza… Non c’è vergogna a non saperlo. Sta a noi dare al pubblico un’informazione chiara e attraente: tutto è pronto per accoglierlo!

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